kai zen : LA Potenza Di Eymerich : ghost tracks
Le tracce fantasma, i finali alternativi, i comprimari eletti a protagonsiti, la nascita di Emerson Krott
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X. di Mara Marchesan
Potenza e terre limitrofe, autunno del 1365.
Siamo rimasti in pochi, qui. Costretti a fermarci in queste terre per trascinare una vita da ratti volanti. A cercare il cibo tra rivoli putrescenti, che ospitano soltanto misere e immonde prede. A trovare riparo nelle viscere della terra, per sfuggire i venti sferzanti e le piogge insistenti. Prima cacciavamo con fervida gioia i grilli tra il folto dei prati, finché la notte diventava lunga quanto il giorno. Poi ci radunavamo a migliaia, giovani e adulti, e ancora una volta migravamo. Le noste ali scandivano il tempo e facevano scorrere il mare veloce sotto di noi. E laggiù ci accoglievano sempre i quadrupedi dalle chiome gialle e fluenti, e quegli altri dal salto agile e leggero. Tornavamo in queste terre soltanto quando il giorno era più lungo della notte. Ci fermavamo sicuri nei nostri territori, perché riconoscere ogni piega della terra e ogni solco nella roccia era per noi naturale. Il cibo qui era copioso, gli accoppiamenti poderosi, le nostre uova vitali. Ora non riusciamo neppure a scaldarle, perché il peso del nostro grembo frantuma i fragili gusci. E i pochi pulcini che vedono la schiusa non giungono all’involo, piccoli mostri tristi e deformi spesso senza – o con troppe - ali.
Eppure una di queste notti qualcosa è accaduto. Eravamo rifugiati nella grotta del lago sotto la terra e stavamo dormendo un sonno senza sogni, quando gli implumi terricoli sono arrivati. Prima quelli che già tante volte abbiamo incontrato, quelli che inneggiano a noi e ad altri simboli che noi non conosciamo. E poi ne sono giunti altri, ed altri ancora. Livree marroni si confondevano con scintillanti livree argentate, un grande frastuono ci rimbombava nel cranio. Timore prima, terrore poi. Ci siamo alzati in volo sfiorando la volta e le viscide pareti con la precisione del nostro battito alare, e in gruppo serrato ci siamo diretti verso il fuori ed il sopra. Pezzi di terra scorrevano e blocchi di roccia rotolavano, mentre noi passavamo sopra l’acqua. E d’improvviso abbiamo attraversato qualcosa, una forma grande e indistinta che non siamo fatti per identificare. Eppure a noi è parso un magnifico volatile dalle ali corvine, che ondeggiava immobile sul lago. Era come un enorme rapace che punta la preda, fermo a mezz’aria per focalizzare il bersaglio prima di attaccare. Un attimo dopo eravamo fuori ed eravamo sopra, tra gli alberi grondanti e le rupi infangate. In fondo nel cielo abbiamo scorto strisce di debole luce, e finalmente dopo tanto e tanto tempo siamo riusciti a emettere un potente richiamo.
E ora sappiamo che è arrivato il segnale. Sentiamo che adesso qualcosa è cambiato. Il cibo è sempre meno putrido, l’acqua non è più maleodorante. La linfa ritorna a scaldare le nostre fibre e la caccia è di nuovo gratificante. Qualcuno si dice già pronto ad affrontare il lungo e faticoso viaggio verso le terre che sono dopo il mare e le sabbie. Qualcun altro è riuscito a volare ancora più in là: “quando il giorno sarà più lungo della notte da laggiù fino a qui torneremo, e prima di tutto ricorderemo la grande forma dalle ali corvine che ci ha indicato l’avvento della ritrovata libertà”.
Da generazioni e generazioni, questa storia viene narrata dall’individuo più anziano della popolazione di grillai estivante in terra lucana agli adulti del primo anno, alla fine di ogni migrazione che li riporta dai quartieri di svernamento agli areali di riproduzione.
Il racconto è stato tradotto in forma comprensibile agli implumi terricoli da Rosatapiuma nell’anno 689 Dopo Forma Alata.
Un Perfetto Cerchio, - Edward Lowell (feat. Simone Berti)Aprile 2054, Nuova Bruxelles, Regno Unito di Franghilterra, III Dipartimento, Federazione degli Stati d'Europa.
Il pannello di acciaio STZ si dischiuse al suo passaggio.
Era bastato il contatto col palmo della mano per attivare il meccanismo.
Si chiese come facevano prima dell'avvento del metallo termosensibile.
Ma non aveva tempo per la curiosità.
Una ventata di silenzio accolse il suo ingresso.
Pochi metri dopo, il sistema di rilevamento avrebbe confrontato i suoi occhi con i dati nell'archivio centrale.
Si avvicinò al sensore con cautela.
Era la parte più delicata (e fastidiosa) in assoluto.
Doveva rimanere immobile, palpebre spalancate e sguardo nel vuoto per una manciata d'interminabili secondi.
Un autentico castigo per chi ha già una scarsa lacrimazione standard.
Trattenne il fiato.
Un battito di ciglia annullava l'operazione.
Due operazioni annullate bloccavano l'accesso, segnalando il fatto alla SecuritySquad.
Tre minuti dopo una pattuglia armata giunta sul posto avrebbe dato inizio alla solita, estenuante trafila di controllo.
Scacciò dalla mente quell'eventualità.
L'incontro ravvicinato con quelli della SS non era mai qualcosa di piacevole.
Non c'era modo di far ragionare degli ottusi in divisa, e lo sapeva.
Hai voglia a spiegare che sei un ricercatore, che lavori lì da quasi dieci anni e che tuo padre era il presidente della Pharmedical.
Per loro sei solo un intruso.
Anzi, una seccatura.
Nessuna eccezione.
Un lieve squillo elettronico seguito da una spia verde a intermittenza.
"RETINA SCAN... OK!" recitò il display luminoso.
Il sospiro tentò la fuga con l'incarico di catarsi.
"ACCESS GRANTED" ribattè il visore, quasi a confermare il collega.
La comparsa dell'olo-icona nel microschermo al plasma mise fine a ogni dubbio sulla sua identificazione.
L'immagine tridimensionale compì una rotazione completa prima di farsi accompagnare dalla scritta.
"Dr. Sophie J. Demirel, BioTechLab, Floor 34".
Le porte scorrevoli si allontanarono in un sipario di cristallo blindato.
Era dentro.Anno del Signore 1365, Convento dei Frati Francescani, città di Potenza.
Anche di notte le immagini non lo abbandonavano.
Sembravano addirittura più reali di quelle avute durante la veglia.
Come se l'oscurità permettesse loro una concretezza che il sole avrebbe scoperto.
A poco era servito il debole riparo della candela vicino al giaciglio.
Nulla poteva scacciare le tenebre che si annidavano nella coscienza.
Occhi enormi, frequenti bagliori dai colori innaturali, suoni che nessuna creatura di Dio avrebbe potuto partorire dalla bocca.
E poi un circolo di voci, ritmo cadenzato di tamburi, salmi cantilenanti e ipnotici.
Uno specchio d'acqua, molta gente intorno, disposta a formare un cerchio perfetto.
Bevi, unisciti, salvaci, morte, acqua, vita, donna, veleno, nero.
Nero.
Ecco tutto ciò che vedeva intorno a sè.
Non ricordava altro.
Ma il tormento del Maligno non gli dava tregua.
E la febbre, giusta purificazione del Signore, lo stava divorando.
Un improvviso rumore lo fece sussultare.
Allungò di scatto la mano verso il lume, ormai ridotto a un moncherino.
Non poteva essere che il prolungamento dei suoi incubi.
Chi verrebbe mai a cercarlo nel cuore della notte?
I colpi si fecero più ravvicinati, quasi rabbiosi.
Per quanto si sforzasse non era in grado di vedere nessuno.
Un ruvido nodo scorsoio gli avvolse la saliva.
- Dove siete? - riuscì a vomitare da sotto le lenzuola.
Non ebbe risposta.
Il sudore si mescolò a dei germogli di lacrima, subito recisi.
- Lasciatemi solo, chiunque voi siate...tornate da dove siete venuti... - abbozzò con una leggera increspatura nella voce.
Ancora silenzio.
- Avete udito ciò che ho detto? abbandonate questi luoghi...subito! - esclamò, nello sforzo di sembrare ancora minaccioso.
Il rumore, per tutta risposta, riprese con maggiore frequenza.
- Basta... andatevene vi dico, uscite di qui! - sbraitò, affidandosi alla disperazione.
La porta si spalancò assieme alla gola arsa del degente.
Un'ombra iniziò a disegnare il profilo sulla parete alle sue spalle. Poi disse:
- Per uscire, Padre, è necessario essere entrati. Non crede?
Certo che credeva.
La Fede era l'unica cosa a non averlo abbandonato.
Non sapeva dire da quanto fosse in quelle condizioni.
Tuttavia la debolezza del corpo non poteva intaccare la forza dello Spirito.
- Non è ora di visite questa. - sibilò, pentitosi per la reazione eccessiva.
E più che mai stizzito per aver mostrato un fremito di vulnerabilità.
Nutrì il dubbio che le sue grida, nel dormiveglia, non fossero rivolte al frate.
- Chiedo venia, Padre. Ma il vostro sonno mi era parso inquieto.
- Non vi ho mandato io a chiamare. Nè ritengo il caso che Voi prendiate sciocche iniziative...
- Dovere di ogni buon cristiano è servire senza chiedere. - replicò quello in tono solenne.
–Fareste meglio a concedere riposo alle vostre membra e alle mie - sentenziò l'altro, sistemandosi il guanciale.-
Accoglierò domattina il conforto che vorrete recarmi.
La figura rimase immobile a farsi contornare dalla penombra.
- Sarete obbedito, magister. Siete dunque certo di non desiderare altro?
- Nulla che Voi siate in grado di offrire. Raggiungete pure i vostri alloggi. Sarò io a cercarvi.
Un cenno del capo precedette il cigolio del portone.
La poca luce venne inghiottita in un colpo solo.
Si ritrovò con un grumo di cera densa sul piattino di terracotta.
Spense il moribondo senza scendere dal pagliericcio.
Il soffio di polvere appena fuggito gli strappò un colpo di tosse.
Era il buio più profondo che riuscisse a ricordare.
Chiuse gli occhi e si augurò che l'abisso dei deliri non lo fosse altrettanto.Aprile 2054, Nuova Bruxelles, Interno BioTechLab.
Senza ulteriori difficoltà guadagnò il fondo del corridoio.
Le pareti laterali assunsero una conformazione che il tempo era riuscito a rendere familiare ma non del tutto comprensibile.
Ancora pochi metri.
Il suo sguardo accarezzò nuovamente l'oscura simmetria del luogo.
L'intera struttura iniziava a curvarsi, dividendo il salone in due semicerchi dai vertici sfalsati.
Lei camminava proprio nel mezzo, avvolta dall'acciaio di quelle parentesi sghembe.
Per un attimo fu attraversata dall'idea che potessero stritolarla con l'identica, gelida naturalezza con cui si dilatavano al suo passaggio.
Ma dopo la morte del professor Kobayashi non si erano più ripetuti incidenti.
Ormai erano passati quasi sei anni.
Per l'ennesima volta fu costretta ad archiviare il pensiero nella cartella "paranoie".
Aveva smesso di contare i fogli, li custodiva e basta.
Ogni sforzo fatto per convincersi non le impediva di sentirsi più tranquilla appena oltrepassato il centro della sala.
Rifiutava di ammetterlo persino a se stessa, ma sapeva che era sempre stato così.
Anche prima che trovassero il cadavere del suo collega sul muro di metallo piezoelettrico.
Forse era più corretto dire NEL muro, dato che lo aveva praticamente inghiottito per metà.
Escludendo solo le gambe e un lembo di camice bianco, il giapponese era stato inglobato dalla parete destra del Settore C alle 9:27, tre minuti prima dell'inizio del turno.
Ad accrescere il disgusto nella procedura di riconoscimento contribuirono le dettagliate testimonianze dei ricercatori che avevano assistito alla scena.
Non fu mai abbastanza grata al destino per essersi risparmiata almeno quello strazio.
Ci volle un bel po' prima che la maledizione del settore C svanisse dalle voci di corridoio.
E molto tempo occorse perchè smettessero di fare gli scongiuri prima e dopo il transito.
La tragedia, vestita da imprevedibile disgrazia, fu invece liquidata assai più velocemente.
Così come la proposta di una placca "in memoria" sulla parete auto-rigenerata.
Meglio evitare qualcosa che ricordi così spesso gli incidenti, specie sul lavoro.
Rendono più difficoltoso l'insabbiamento e rattristano i dipendenti.
L'assegno digitale alla famiglia si era rivelato sufficiente.
Ciò che conta è il Pensiero.
Come quello che lei aveva appena archiviato.
Forse, più che a tener fuori gli intrusi per questioni di sicurezza, tutte quelle misure di controllo servivano a tutelare chi ci lavorava, un estremo riparo dal Ferro che Respira.
Col tempo gli esperimenti si stabilizzarono.
In seguito, anche la paura.
Le ricerche sul Norian SRS e lo sviluppo della colla cianoacrilica, poi quelle sul Titanato - Zinconato e sulla Chitina garantirono fama e sopratutto finanziamenti al Laboratorio e ciò permise di accantonare il resto con maggiore facilità.
Non tutte le scoperte trovarono l'applicazione sperata inizialmente.
Un caso emblematico fu Sepultura, il carcere brasiliano costruito in collante cianoacrilico, quando la sostanza era stata ideata come nuovo materiale da sutura.
Ma questa era un'altra storia.
Premette con forza il pulsante.
L'illuminazione al neon rendeva tutto più sterile.
E, dopo tutti gli anni trascorsi in quel laboratorio, non era ancora riuscita ad abituarsi all'idea di non essere lei la cavia.
Salutò mentalmente i monitor che non dormivano mai e passò oltre.
I sensori di rilevamento termico avevano già predisposto l'elevatore.
Mettendo piede sulla piattaforma inciampò nei ricordi, complice l'insegna del Partito.
Non si era ancora abituata al pittogramma sullo sfondo, pur sapendo fin troppo bene cosa rappresentava:
dieci stellette dorate disposte a cerchio, all'interno due catene spezzate con una spada e un piccone incrociati, simboli di Libertà, Giustizia e Umiltà.
Cose in cui lei aveva smesso di credere da tempo.
In basso, una targa commemorativa in sintobronzo ricordava i caduti dell'Ultimo Conflitto.
Scorse rapidamente i nomi, ma sapeva che cambiavano a seconda delle richieste.
C'era gente disposta a pagare anche 3000 crediti pur di avere un parente da piangere e, si sa, davanti al dolore non ci si può certo tirare indietro...
Suo fratello era stato un ufficiale cadetto della "Milizia Imperiale Belga".
Ai suoi tempi si chiamava ancora così, ma erano in pochi a ricordarsene.
Venne trasformata in "Esercito della Corona" subito dopo l'annessione dei territori al Reame Franglese, quasi ventun'anni fa.
Impossibile dimenticare quella data.
Era il 13 Settembre 2033.
Due giorni dopo il suo compleanno.
Due giorni prima che fosse fucilato.
"Alto Tradimento" scrissero nei documenti ufficiali e a pagina 3 del NouvelBrusselTelegraph.
Ma tutti sapevano che nessuno, per primo il Re, credeva a una sola parola.
La discrezione dei proiettili, da sempre immuni alla differenza tra verità e bugie, consentì loro di archiviare la pratica senza troppi commenti.
Anche Faust, il padre, non disse nulla.
Si trasferì in NeoNippon (il "Giappone" di allora) e immolò la sua vita alla Scienza.
Letteralmente.
Sophie era a un convegno a EuroParis la mattina che lo ritrovarono stecchito.
Ecchimosi lungo la spina dorsale e macchie rossastre su tutta l'epidermide.
L'area del ritrovamento fu decontaminata quasi subito.
Nonostante questo alcuni fedeli smisero di frequentare il tempio shintoista di Suijin dopo il recupero della salma.
Anche questa, però, è un'altra storia.
Il comunicato dell'agenzia accennava all'inaugurazione dell'Impianto TH-47.
La manifestazione ufficiale era prevista entro la prossima settimana.
Doveva essere una versione ampliata di quello attivato a Nuova Bruxelles l'anno scorso.
I progetti in suo possesso erano incompleti e a lei era venuto qualche dubbio di troppo.
Brutta cosa avere il sabato libero quando non hai niente da fare.
Finisce che ti porti il lavoro a casa.
O che torni a passare il weekend dove hai nidificato per tutto il resto della settimana.
Alla faccia del cambio di programma.
L'ufficio le diede il benvenuto col consueto gorgoglio metallico.
Lei fece finta di nulla.
Non era nell'umore giusto per i convenevoli quella sera.A.D. 1365, qualche giorno prima, nelle viscere della città di Potenza.
Il corridoio in pietra umida ripeteva il rumore di passi lontani.
Un saio, poi un altro, a fendere le tenebre con movimenti ben calcolati.
Pozzanghere e pantegane s'insinuavano tra i loro sandali senza rallentarne l'andatura.
Una fiammella tremolante rischiarava appena il cammino nel dedalo di cunicoli.
Un'ombra piuttosto alta seguiva, a debita distanza, la coppia di frati in marcia.
- Ecco, ci siamo quasi... - ansimò uno dei due.
L'altro lo rassicurò con un cenno del capo, voltandosi a controllare.
L'improvvisa sosta dei frati consentì al terzo di raggiungerli.
- Mi auguro che non abbiate sbagliato strada... - brontolo' appena giunto a tiro.
- Niente affatto, padre Nicolas. Questa è la Via.
- Lo spero sinceramente. - ribattè con una spolverata alla tunica. - Per voi, intendo...
Aveva proprio l'aria seccata delle grandi occasioni.
Era quasi un'ora che consumavano i calzari sulla roccia senza una meta apparente.
Quei due procedevano a tentoni, e non solo per l'oscurità.
La loro mente era torbida, offuscata dagli stessi effluvi pagani che tentavano di reprimere.
Era questo il motivo per cui aveva accettato di seguirli in quella discesa negli Inferi, seppure in forma ridotta.
Anche la più flebile traccia del Male andava estirpata con entrambe le mani, come le confessioni dal cuore di uno schiavo dell'eresia.
Una grossa parete di roccia si presentò davanti agli occhi dei tre.
Eymerich non riuscì a trattenere uno sbotto d'ira.
- Eccovi: un paio di stupidi, sonnolenti e indegni servi del Signore! Non solo non sapete tenere a bada gli infedeli ma non siete nemmeno in grado di condurmi da loro! - ringhiò pestando i piedi con vigore.
Uno schizzo d'acqua putrida investì Modesto, macchiandogli l'orlo del saio.
I loro sguardi s'incrociarono solo per un attimo.
La carica di rabbia lo travolse senza dargli tempo di reagire.
Michele tentò un rimedio tardivo, ma l'ira del domenicano aveva già tracimato.
Erano in pochi a salvarsi da quelle esondazioni.
–Magister, attendete... non tutto è come sembra! - riuscì a balbettare.
–Tacete, insolente! Soltanto i piani divini sono imperscutabili. Nessuna cosa terrena può differire da come appare
ai nostri occhi...o volete forse sostenere il contrario? - insinuò Eymerich con aria subdola, mista all'ancor vivido rancore.
Il frate ammutoli.
Poi fece un cenno con gli occhi a Modesto e questi frugò immediatente nelle maniche del proprio saio.
L'Inquisitore era troppo infiammato di rabbia per prestare attenzione a quel che facevano.
Aveva già perso tempo prezioso, si era allontanato dal convento senza concludere nulla.
E, come se non bastasse, quei due fannulloni restavano immobili davanti a un muro di pietra.
- Parlate dunque! Quali sono le vostre intenzioni? Intendete abbattere questa parete con le vostre preghiere? - incalzò rivolgendosi a Modesto, rosso in volto.
- Padre, sapete meglio di me che vi sono cose per cui le orazioni possono servire... - replicò girandosi verso il confratello per non sostenere quello sguardo affilato.
- E non è forse scritto che la Parola può smuovere le montagne? - gli fece eco Michele, estraendo uno strano oggetto e passandolo al frate che gli era accanto.
- Ora basta! Ho udito fin troppo. Le vostre cialtronerie troveranno un degno compenso. - sentenziò l'Inquisitore.
- Attendete ancora un secondo, Padre... non abbandonate la speranza! - tentò di replicare Michele, nello spudorato tentativo di prender tempo.
–Non intendo rimanere un solo istante qui sotto - disse Eymerich con un digrignar di denti.
Nè intendo accettare i consigli sulla costanza dell'animo da un inetto del pari vostro!
Esigo che mi riportiate da dove siamo scesi...immediatamente! - aggiunse con voce urticante.
- Fatto! - dichiarò Modesto, ponendo fine al proprio armeggiare sulla parete di roccia.
Il piccolo cilindro di ferro aveva trovato posto in un'insenatura nel muro.
- Molto bene. - fece il domenicano con una smorfia da serpe. - Avete un avvenire da carpentiere, vi segnalerò io stesso! Ora andiamo, non vi concedo d'indugiare oltre. - aggiunse voltandosi in direzione del corridoio.
- Siete Voi a non aver atteso abbastanza, Padre Nicolas... - osò aggiungere Modesto.
Eymerich non fece tempo a ribattere che quello diede uno strattone alla barra di ferro, tirandola verso il basso con un colpo secco. Rumore di carri e gomene saziarono l'aria.
L'Inquisitore si guardò attorno con lo sguardo confuso, rimandando a più tardi la sistemazione del cappuccio nero foderato di bianco.
Il frastuono aumentò d'intensità, coinvolgendo una serie d'ingranaggi a catena che non riusciva a vedere ma sicuramente nascosti nell'oscurità.
Infine, con un tonfo innaturale, la roccia si aprì rivelando un segreto pertugio dalle dimensioni assai ridotte.
- Come diceva un tale, datemi un punto di appoggio... - esclamò tronfio Modesto.
Una sommessa risata fu il contributo di Michele.
Il silenzio del domenicano evitò di unirsi al buonumore dei frati.
E i suoi lineamenti non lasciavano presagire ripensamenti dell'ultimo minuto.
- Quale diavoleria è mai questa? - sbottò avvicinandosi lentamente alla cavità. - Avete di certo usato un bastone alchemico o qualche sorta di artificio stregonesco...non è cosi? - incalzò Eymerich, tentando di nascondere la propria incredulità.
- Nient'affatto - spiegò Michele ricomponendosi. - Si tratta di una legge fisica. E le le forze naturali non obbediscono a nessun culto misterico... - disse cercando conforto in Modesto.
–Non insistete! - reclamò Eymerich alzando la voce.
L'eco si diffuse anche dentro il tunnel.
- Detesto chi mi contraddice pur nella consapevolezza del torto: non esiste niente in natura che consenta a quella bacchetta di ferro di sollevare una roccia del genere...
- Infatti Magister, siete nel giusto. - annuì Michele. - Nessun sistema di leve può compiere ciò che dite...ma in questo caso la parete non è stata sollevata. E' stata solamente spostata.
- E' così - gli fece eco Modesto. - Grazie a questo metallo che reagisce al calore...
- Mentite sapendo di mentire! Ancora una parola e... - minacciò Eymerich. Ma non finì la frase.
Si ricordava sempre troppo tardi che l'allestimento di roghi non gli competeva in quelle terre.
Proprio dove pareva esserci più bisogno...
- Ora, non è più tempo di appurare se ci credete oppure no...vogliate seguirmi - s'intromise Michele, precedendolo all'interno del budello di pietra.
Modesto gettò un'ulteriore occhiata e imitò il confratello.
Eymerich, ancora frastornato, finì per entrare quasi in modo meccanico.
A causa dell'altezza, dovette chinare il capo.
Quel gesto d'involontaria riverenza verso qualcosa che non capiva gli era sembrato quantomai indigesto.
Aprile 2053, Nuova Bruxelles, Ufficio al 34^ Piano del BioTechLab.
La luce del monitor faceva riflettere il cursore lampeggiante sugli occhiali.
Il tempo di sgranchirsi le dita sottili e riprese a muovere i polpastrelli sullo schermo.
Ogni impiegato aveva il proprio DigiPad, ma solo i membri del Comitato di Ricerca potevano disporre del ThermoScreen 2.0, un sistema integrato molto più potente, che veniva tarato sul profilo individuale del ricercatore.
Distanza dei tasti, rapidità di scrittura, tipo di pressione sulle icone e menù di servizio erano personalizzate ma la cosa più importante era la continua e contemporanea scansione di tutte le impronte digitali, che rendeva impossibile l'accesso a un utente diverso dall'intestatario.
Ogni macchina era unica, al punto che veniva distrutta in caso di cessato utilizzo.
E ciò poteva verificarsi solo in caso di guasto tecnico, morte o trasferimento del proprietario.
C'era da dire che, negli anni scorsi, le due ultime possibilità non parevano così astratte.
Selezionò con rapidi tocchi le opzioni "Project", "Check" e "Data Transfer", delegando all'elaboratore il compito di associare le richieste alle informazioni disponibili.
Si lasciò sprofondare per un attimo nella potroncina nera in vero latexine.
Entro pochi istanti le impostazioni preconfigurate avrebbero prodotto la lista di combinazioni.
Nell'attesa gettò un'occhiata al datacom rimasto acceso nell'altra scrivania pneumatica.
Ruotò il sedile e pigiò il tasto "MailBox" : l'elenco dei messaggi si materializzò sul sottile display del suo Faskon SMK.
Aprì e rilesse con attenzione il comunicato dell'Unione.
La sua memoria non traballava: il varo del nuovo impianto pilota avrebbe avuto luogo nel sultanato di Tabor Hasset circa sette giorni dopo.
Diede un veloce sguardo alla committenza e anche in questo trovò conferma: A. A. G. m. b. H., ovvero Ailleurs - Anderwohin Gesellschaft mit beschrankter Haftung.
Un nome lunghissimo che poteva essere efficacemente tradotto come "GranFigliDiPuttana" senza perdere nulla del significato originale.
Sospirò.
Non c'era modo di evitare che gli esperimenti più delicati venissero affidati ai reietti.
Come nel caso di quell'idiota di Hepplemeyer, licenziato dal BioTechLab l'anno scorso e finito al CSS,
il prestigioso Centro Smaltimento Scorie di Nuova Bruxelles, oltre che nel libro paga degli stronzi di cui sopra.
Molti anni prima di trasferirsi al Laboratorio Bio-Tecnologico, il dottor Frullifer e il professor Dobbs avevano svolto numerose ricerche al Dipartimento di Astrofisica dell'Università del NewTexas, nell'AmeriKingdom del Nord.
I loro studi si basavano principalmente sugli psitroni, ovvero delle particelle estremamente instabili, che se "incanalate" consentivano lo scambio tra due dimensioni.
La loro teoria si fondeva con l'ilozoismo, la "materia che vive" , in grado cioè di espandersi e ritrarsi nello spazio e nel tempo, com'era stato riscoperto recentemente dal prof. Von Marka.
Il principio base del metallo bioattivo, anni prima brevettato proprio in questi laboratori.
L'idea di fondo era che, stabilizzando il flusso psitronico, fosse possibile creare un canale tra le porte dimensionali e consentire così comunicazioni e spostamenti spazio-temporali.
Un'altra coppia di scienziati, il dr. Michelson e il prof. Morley, scelsero proprio il BioTechLab per effettuare l'esperimento decisivo, ma la simulazione evidenziò una serie pressochè infinita di variabili, tale da far accantonare temporaneamente il progetto.
Il ruolo del dottor Hepplemeyer fu decisivo, almeno nell'intento.
Dichiarò alla stampa di aver trovato il modo per viaggiare nel tempo e di poterlo dimostrare.
Il BioTechLab, che lavorava al progetto in massima segretezza da più di quattro anni, non perse l'occasione di liberarsi del sedicente Einstein, tacciandolo pubblicamente di fanatismo ed eresia scientifica e, come sempre, negando ogni cosa.
Ma il vecchio pazzo aveva già stretto accordi con la Sorridente Multinazionale Dei Danni, mettendo a loro disposizione le "sue" teorie rimaneggiate, più precarie degli psitroni stessi.
Il morbido fruscio della pagina riscrivibile attirò l'attenzione della giovane donna.
In tempo zero riuscì a rimuovere ogni traccia dell'aria "distrattamente assorta" che quelle rievocazioni le avevano lasciato addosso.
Sfilò il foglio RW dalla teleprinter, avendo cura di non piegarlo.
I risultati erano sbalorditivi.
Dovette sistemarsi rapidamente le due semilenti per essere sicura di non aver letto male.
I dati segnalavano anomalie di varia natura, particolarmente concentrate in prossimità della
Centrale in cui lavorava, guarda un pò, il mitomane in fuga.
L'autenticità delle fonti era fuori discussione, ma ciò che più la sorprese era la totale omertà che questa notizia aveva causato.
Nessun'organo d'informazione aveva dato peso alla notizia e il fatto che buona parte dei Rappresentanti del Partito Assoluto di Libertà Giustizia & Umiltà Nazionale (PALGUN) fossero anche azionisti dell'Anonima Associazione Grandissimi maiali bastardi Hitleristerici (A.A.G.m.b.H.) non doveva, nè poteva far sospettare nulla.
Ebbe l'impressione che coincidenze fossero destinate a continuare.
Scorse in tutta fretta le righe successive.
Secondo le informazioni della Comunità Indipendente per la Ricerca e il Controllo sull'Energia (CIRCE) era previsto entro pochi mesi l'avvio di una centrale simile anche nella Repubblica di Lucania, nell'area sud della Federazione degli Stati d'Europa.
La schiena sudata fu trafitta da un brivido.
I rischi erano fuori dalla portata di chiunque.
Il Laboratorio stesso era sul bilico del precipizio.
Una mossa falsa e sarebbe collassato il lavoro di 10 anni.
Il contagio sembrava ormai essersi avviato.
Hepplemeyer aveva fatto proseliti.
Ora si trattava di trovare un buon Inquisitore.
L’Era della Luce. - Paolo Porrà
Anno 3210, 256esimo dell’Era della Luce. Ora sedicesima del giorno.
Ai piedi delle Mura della Città di Gherra, da qualche parte nella Regione dei Sette Regni.
L’enorme bocca di scarico, posta nel basamento delle Mura all’altezza di centosettanta metri, vomita i rifiuti della Città ventiquattro ore al giorno. Gli esseri della Zona Esterna lottano a morte tra loro per la conquista dei resti di cibo putrido che ne fuoriescono ma soprattutto per i reflui, di qualsiasi natura, che possano parzialmente placare l’arsura delle loro carni.
La stessa scena si ripete, ormai da cento e cento anni, in tutte le sessanta bocche di scarico della Città di Gherra, così come in tutte quelle delle altre Città.
In tutta la Zona Esterna, nella sua estensione dalle montagne sino alla grande distesa di acqua salata, è impossibile ingerire qualsiasi cosa che non sia letale.
Tutti coloro che hanno osato avvicinare alle labbra l’acqua dei fiumi e dei laghi della Zona Esterna, quando la ancora esistevano fiumi e laghi, o anche di una semplice pozza dopo una rarissima goccia di pioggia, sono morti in poche ore tra i tormenti della mente ed i bruciore delle loro budella.
Tra tutti gli animali ed i vegetali, gli unici che sopravvivono in quella polvere bollente tra le rocce luminose sono gli Italici.
Si dice che siano stati i primi ad essere posseduti dalla Luce e che negli anni siano riusciti a sopravvivere adeguandosi alle mutazioni continue. Tra loro nessun figlio assomiglia completamente a suo padre; la Luce si preoccupa di cambiare sempre qualcosa nel sistema biologico o semplicemente nelle fattezze di ogni nuova generazione.
I loro corpi deformi hanno assunto nei secoli le forme più diverse ma li accomuna la mente ottusa dalla Luce, la loro furiosa e selvaggia sete di morte che rivolgono verso loro stessi quando non attaccano, senza minimamente occuparsi della sorte della loro stessa vita, i convogli che, quando è assolutamente necessario, mettono in comunicazione una Città all’altra.
Italici; nessuno sa perché si chiamino così ma quando iniziarono ad arrivare, preceduti dal bagliore immondo della Luce, chi fuggiva da loro per il terrore delle loro forme e la furia delle loro violenze, li chiamava con quel nome.
Fu allora che tutto cominciò a dissolversi.
Pochi di noi riuscirono a salvarsi dalla Luce e quei pochi dovettero combattere anni per riuscire a costruire le Città ed impedire agli Italici di sbranare i nostri figli dopo averi violentati.
In principio la Luce arrivava dagli altri territori ma poi iniziò a trovare altre vie; sorse dall’acqua ed entrò in ogni essere vivente.
Le Città, costruite per difenderci dagli Italici, sono poi diventate anche uno scudo contro la Luce.
Ci sono stati tra noi molti valorosi che hanno rischiato la vita, e gran parte di loro l’hanno persa, per rendere sempre più grandi e più sicure le Città, fino a quando Gren, il primo tra i Re, non riuscì a riunire sotto di lui cento delle nostre Città più prosperose, dando vita al primo Regno.
Altri seguirono il suo esempio e oggi gli Italici nulla possono contro il potere dei Sette Regni.
Io sono Eghar, figlio di Hasser, attuale Governatore di Gherra.
Dalle feritoie protette dalla Luce che danno sulla desolazione della Zona Esterna, inquadro la porzione di territorio assegnatami e di cui sono responsabile durante il mio turno di guardia.
Gli Italici non possiedono mezzi per superare gli oltre quattrocento metri senza appigli della mura di Gherra, ma questo non impedisce alle loro menti di animali primitivi di accalcarsi furiosi e ringhiarci da laggiù il loro odio.
La tradizione dei turni di guardia non si è spenta quando le fragili e basse mura delle prime Città si sono trasformate in ciò che sono oggi.
La guardia è per tutti noi un onore da portare a termine con coscienza anche se sappiamo che quegli ammassi informi di carne putrida la fuori non fanno altro che divorarsi tra loro.
Questo spettacolo, anche osservato a grande distanza, è quasi insopportabile e solo a causa della lunga esperienza riesco a concentrare lo sguardo su di un gruppo di quelle bestie nei pressi di una bocca di scarico.
Paiono come sempre intenti a divorarsi tra loro contendendosi i pochi liquidi degli scarti ma i loro movimenti sono strani; paiono inscenare dei falsi scontri senza realmente caricare.
Decido finalmente che c’è qualcosa di strano quando mi accorgo che uno degli Italici si muove indisturbato senza che nessuno degli altri si occupi di lui o lo assalga anche quando porge loro le spalle.
Stringe tra le mani, o quello che diamine ha attaccato all’estremità del dorso, una sorta di lunga asta ed ha accanto a se quello che pare un grosso rottame metallico.
Punta l’asta in direzione della bocca di scarico ed ad un tratto la sua parte anteriore, quella in sommità, si stacca dal corpo scagliandosi a velocità incredibile verso l’enorme foro di uscita degli scarti.
“Oddio!”
Non riesco a staccare lo sguardo dalla feritoia mentre osservo l’Italico che, saldamente ancorato ad un cavo viene sollevato da quello che a me era sembrato solo un rottame, sino all’ingresso della bocca di scarico.
“Oddio, stanno entrando!”
Mi precipito a dare l’allarme ma è inutile; in tutte e sessanta bocche di scarico di Gherra in questo momento c’è già un Italico che prepara la risalita agli altri.
La Luce, dopo secoli di orrore nelle carni, ha regalato loro anche questo; una mente da asservire al loro odio.
Loro hanno nascosto la loro nuova qualità per chissà quanto tempo e noi non ci siamo accorti di niente.
Sono sufficienti meno di due ore perché centinaia di quelle creature entri nella Città senza che nessuno di noi possa fermarle.
Lottiamo, gli Dei ci saranno testimoni, ma non riusciamo a frenare il terrore.
Vedo uomini valorosi morire per il solo fatto di trovarsi più vicini di me ad una di quelle bestie e nessuno di loro fugge.
Nessuno di loro volta le spalle per cercare salvezza e lasciare la morte ad un fratello.
Ed ora spetta a me.
Un Italico mi assale alle spalle mentre, con una vecchia lama esposta come un cimelio del passato nella sala del trono, cerco di lacerare le carni ad un’altra di quelle creature immonde che divora il volto di mio padre; le pugnalate entrano ed escono dal suo corpo come se fosse composto d’acqua senza che lui neppure si accorga di me.
Ora sento i denti della bestia conficcati alla base del mio collo e la mia mente si stacca da questo corpo ormai inutile.
I miei occhi si riempiono delle immagini e dei suoni di un luogo strano e meraviglioso con erba e alberi come ho visto nei vecchi documenti.
In questi ormai ultimi momenti di questa vita, sogno.
Mi vedo in quel paradiso, dove non esisto Italici e le rocce non illuminano la notte, mentre siedo alla Luce senza che lei mi divori le carni; in questo mondo fantastico la Luce non è nemica ma fonte di vita.
Prima di sentire il cuore della bestia che mi pulsa nelle vene, ho il tempo di volgere lo sguardo verso gli antichi segni scolpiti nella grande sala del trono.
Sono caratteri di una lingua ormai sepolta nel passato e nessuno ormai ne conosce il significato; i nostri avi li hanno riportati per generazioni come monito e preghiera ai nostri Dei.
“La morte viene dalla vita”; questi simboli, dal significato per me sconosciuto, sono le immagini sulle quali i miei occhi si chiudono per sempre.
Anno 3210, Stato Confederato di Lucania.
Nei giardini della Università Stanton. Ore sedici e trenta.
Il chiassoso ed allegro viavai degli studenti, di corsa per il ritardo ad una lezione, temerari al seguito di una collega carina o sdraiati sull’erba del campus, scintilla alla luce del primo pomeriggio.
Tutto quello che si può desiderare per saziare la propria fame di conoscenza sta qui a nostra disposizione, poggiato su di un letto di umida terra perché noi possiamo innaffiarlo di lacrime e sudore così che diventi anche la nostra conoscenza, il nostro contributo perché si trasformi in domani.
Lascio la moltitudine che si dirige verso l’ingresso principale e mi siedo su di una panchina. Non ho necessità di correre; ho più di un’ora di tempo prima del mio esame di statistica comparata.
Posso godermi questo splendido sole mentre aspetto Kaila.
Lascio che il mio volto venga dolcemente riscaldato e la leggera brezza mi rinfreschi osservando quanto possa essere piacevole equilibrio in questo contrasto.
Sono assorto in questi stupidi pensieri quando mi pare di vedere uno strano riflesso del sole sulle mie mani. Sollevo lo sguardo verso la presidenza, nel terzo piano dell’edificio centrale.
Un’anta della grande finestra di sinistra si muove e, proprio nel momento in cui la fisso, riflette nei miei occhi la luce del sole.
Istintivamente porto una mano al viso per coprirmi gli occhi ma mi blocco.
La luce non mi acceca.
Il lampo si allarga e il riflesso diventa uno schermo immenso in cui mi pare di scorgere delle immagini.
So che non può essere e che certamente si tratta di uno strano effetto ottico, così come quando ci pare di vedere un cavallo in corsa in un ammasso di nubi durante una giornata malinconica.
La mia formazione scientifica naufraga nella profondità dei fatti.
Le immagini mi vengono addosso nitide e pesanti.
Non posso fare a meno di osservare attentamente una scena raccapricciante in cui un ragazzo, vestito con degli strani abiti di pelli cucite assieme e che stringe tra le mani una sorta di spada rudimentale, lotta corpo a corpo con una creatura orrenda, dal corpo informe ed una pelle emaciata e invasa da bubboni grondanti del siero verdastro.
La mia attenzione è distratta solo per un attimo dalla creatura deforme perché tutto il mio interesse va al ragazzo vestito di pelli; quel ragazzo sono io.
Vedo me stesso mentre lotto sino allo stremo delle forze e sento un’orribile fitta di dolore vero quando la creatura riesce infine ad addentare con una doppia fila di acuti canini il mio collo.
Cado a terra e contemporaneamente osservo quel mostro orribile mentre dilania il mio corpo con quei denti affilati ingerendo le mie carni e scassando fragorosamente le mie ossa.
Sento la vita che se ne va ed il pulsare sordo del cuore di quella bestia dentro la mia testa. Lo sguardo si perde in immagini confuse e tutto sparisce nello scuro della notte.
“Davide!”
Ho un sussulto, mi volto di scatto verso quella voce per incontrare un volto amato.
“Kaila!”
Kaila mi guarda preoccupata.
“Che succede Davide? Hai una faccia terribile!”
Io davvero non so che succede; sono appena morto sbranato da un essere orribile.
“Niente! Ero solo sovrappensiero!”
Kaila solleva le spalle come a dire che se lo dico io sarà così ma che a lei non pare proprio.
Cerco di alzarmi dalla panchina ma le gambe mi tremano; ricasco seduto pesantemente.
Kaila si preoccupa ancora di più.
“Davide, tu non stai bene!”
Era solo uno stupido scherzo del sole ed io ho un esame da sostenere!
“Sto benissimo ed è anche tardi! È meglio se entriamo”
L’aula è stracolma ma so che non dovrò aspettare; il calendario, stabilito ormai da mesi, indica che oggi si inizia dalla lettera “E” ed io sarò il primo.
Ho giusto il tempo per trovare un posto assieme a Kaila che il Professor Sartori entra nell’aula.
Mi volto verso Kaila e le sussurro in un orecchio.
“Ti dice niente la frase, “la morte viene dalla vita”?”
Kaila mi guarda interrogativa.
Il Professor Sartori depone i suoi libri e appunti sulla cattedra, accende il lettore con il database che gestisce gli esami di tutta la Stanton e si rivolge subito a noi.
“Allora ragazzi, vogliamo iniziare?”
Scorre lentamente sul monitor l’elenco sino ad arrivare al primo nome della giornata.
“ Davide Eymerich! Prego si accomodi”
Mi alzo e mi dirigo verso di lui.
Non mi importa molto di come andrà questo esame; oggi ho sentito la morte dentro di me e non era la sensazione di un sogno.
So che da qualche parte, in una mia stessa vita, vissuta chissà come contemporaneamente a questa, io oggi ho finito di vivere e con me tutto il mio mondo; tutto “quel” mio mondo.
Sento che questa ferita mi segnerà sino a che la fine dei miei giorni non arriverà anche per questa altra mia vita e ringrazio chi me l’ha concessa; forse un Dio che ci vuole regalare un futuro o forse un uomo che ha segnato il nostro passato.
I signori della nuova chiesa. (il temerario capitolo 11 de “La Potenza di Eymerich”) - Alessandro Vicenzi
A.D. 1554, dove un tempo sorgeva la città di Potenza
La torre diroccata era avvolta dalle nuvole. Al di sotto, una pianura desolata. Non un filo d'erba. Terra bruciata, da cui non sarebbe mai nato nulla, se non mostri. Era da lì che si era propagata, quasi due secoli prima, la piaga che aveva devastato l'Europa intera.
All'inizio nascevano bambini deformi, ma morivano subito dopo il parto. Nessuno riusciva a capire il perché. Poi i bambini iniziarono a sopravvivere. Sulle prime venivano uccisi, poi le madri presero a nasconderli. I bambini crebbero e prosperarono, e anche gli adulti iniziarono a mutare, in modo lento e inesorabile.
In appena un decennio, la Basilicata divenne una terra di mostri, sfuggita da chiunque. La Chiesa indisse una Crociata.
Era giusto, aveva detto il Papa, sterminare la progenie di Satana. Furono anni di orrore indicibile, di roghi e massacri. I mostri lottavano tenacemente per continuare a vivere, alcuni di loro erano fisicamente superiori ai normali esseri umani, qualcuno sembrava addirittura dotato di poteri sovrannaturali. Ci furono vittime a decine di migliaia, da entrambe le parti, fino a quando la Santa Armata non si ritirò, lasciando la Basilicata popolata da poche centinaia di individui, rifugiati nel sottosuolo dell'entroterra.
Fu allora che il contagio si sparse per l'Europa intera: i soldati tornati dalla guerra generavano una prole immonda e deforme, quando non erano essi stessi a diventare simili ai mostri che avevano sterminato. In breve fu il caos. Ogni ordine sociale scomparve, mentre chi non era ancora stato contaminato cercava rifugio in luoghi inaccessibili e facilmente difendibili. L'Europa diventò un'immensa terra di nessuno, nella quale mostri partoriti dagli incubi più folli e sfrenati vagavano senza meta. Gli stessi animali avevano iniziato ad assumere forme nuove e inquietanti. Il suolo era impregnato di sostanze misteriose, capaci di dare la morte - o nuove forme - agli esseri viventi. Persino la vegetazione era diventata qualcosa di diverso e minaccioso. Non ci volle molto prima che venissero avvistati alberi che muovevano volontariamente i rami, o rose che si avviluppavano agli animali succhiandone il sangue. In pochi mesi la piaga si estese anche alle terre dell'Islam, portata dai mercanti e dai predoni. Si vociferava che il contagio si fosse sparso anche nelle terre dell’Oriente, e persino in una misteriosa terra che si estendeva nell’Oceano Atlantico, i cui selvaggi abitanti erano sbarcati sulle coste dell’Europa solo per diventare anch’essi simili ai mostri che li avevano accolti.
Fu in questo mondo di follia e orrore che alcuni saggi, praticanti delle Antiche Arti, iniziarono a lavorare al Piano.
Era il 1400. Chiusi in una fortezza sui Pirenei, in sessanta concepirono un lungo e articolato percorso mistico che li avrebbe portati a conoscere le origini del Male che aveva sconvolto il loro mondo. Giurarono tutti dinnanzi ai grimori dei loro maestri, senza più timore di persecuzioni o processi da parte dell'Inquisizione: la Chiesa Cattolica era crollata tre anni prima, schiacciata dalla follia che si era impadronita dell'Europa. Più nessuno era disposto a credere in un Dio che aveva permesso tutto quello. Nessuno sembrava più credere in alcun Dio, oramai. Ma in quella sala, in quel castello, si erano radunati esponenti di tutte le religioni del Libro, come discepoli delle divinità pagane sopravvissute alla croce e all'Islam. Se c'era una speranza per il mondo, erano quegli uomini e quelle donne.
Trascorsero anni, decenni, un secolo. Alla fine, quando ormai il Piano era portato avanti da solo poche decine di persone, che lottavano contro un mondo sempre più folle e devastato, tutto giunse a compimento. La visione diventò completa.
Era stato un altro futuro a contaminare il mondo. La materia che corrompeva le creature viventi erano gli scarti di un'altra epoca, che non sarebbe mai esistita, per quel mondo morente. Degli uomini avevano violentato l'essenza stessa dell'Universo, creando l'Inferno sulla Terra. Ci fu una nuova riunione. Era il 1540. Si presentarono in diciotto, questa volta. Vecchi e stanchi. Probabilmente, gli ultimi umani puri del mondo. Votarono all'unanimità. Avrebbero usato le loro arti per alterare il corso della storia. Avrebbero impedito al loro mondo di esistere, agli uomini di degradarsi in quella maniera bestiale.
Si misero al lavoro. Identificarono due snodi spazio-temporali sui quali agire. Operarono, con grande sforzo, sugli esseri umani di quel continuum. Crearono una rete di eventi, in due tempi differenti, per le quali le vite di alcune persone si sarebbero incrociate, a distanza di sette secoli tra loro. Non fu semplice. Solo ora, dopo quattordici anni, tutto era stato portato a compimento. Ogni tassello del Piano era andato al suo posto. C’erano state correzioni, decine e centinaia di correzioni, ognuna delle quali portava su di sé l’impronta di chi l’aveva approntata: la realizzazione del Piano era stata assai diversa da come la avevano immaginata quattordici anni prima, ma era compiuta. Era questione di minuti. Il mondo perverso creato dalla follia degli uomini del futuro stava per conoscere la sua fine. Non sarebbe stata una palingenesi. Non sarebbe nato nulla da quelle rovine. Non ci sarebbero state rovine. Non ci sarebbe mai stato nulla. Quel mondo non sarebbe mai sorto.
Dentro la torre, Leandro e Clodia erano gli ultimi adepti del Piano. Sapevano che tutto stava per finire. Erano vecchissimi, e sfiniti. Avevano passato la vita a fuggire e nascondersi, studiare e pianificare. Attraversare quelle che un tempo erano state le terre della Basilicata li aveva stremati, e forse erano contaminati anche loro, ma il Piano prevedeva che l’atto finale di quel mondo si svolgesse sullo stesso palcoscenico che lo aveva visto iniziare.
Completarono il complesso rituale, poi si guardarono e si sorrisero.
Un attimo dopo, loro e il loro mondo non erano mai esistiti.(ovviamente, un piccolo omaggio a tutta la lista KZ:E, per le storie e gli spunti scambiati in questi mesi, e un modo come un altro per non essere costretto a chiudere questo progetto con la parola “fine”, così lontana dal suo spirito. Alessandro.)
X di Scripta Volant.
1365
Dalla sponda melmosa del lago balenavano a tratti flutti luminescenti dal ritmo breve e incalzante. Le operazioni di deviazione dell’acqua, se mai acqua poteva definirsi quel liquido denso da cui emanava un fetore inusuale, procedevano alacremente. Possente si ergeva, al di sopra dello spazio appena rischiarato dalle torce disposte in cerchio, la sagoma adunca dell’Inquisitore. Il suo silenzio più minaccioso di qualunque parola, reso imperioso dai gesti decisi ed essenziali, dominava sui richiami soffocati degli scavatori. S’allargò sul lato destro del lago un rivolo putrido, denso al punto che sembrò srotolarsi come nero nastro funereo.
- Attenti a voi – gridò Eymerich – che nulla vada sparso per la terra del liquido infernale, né si contaminino i campi della tabe del maligno. Scavate, scavate, scavate e badate che la profondità assorba gli umori, non la terra. –
Lo scavo procedeva con fatica sul lato sinistro dove la viva pietra faceva da sponda al lago. Lì si concentrarono picconate e invettive, a lungo, finché una fenditura non cominciò ad accogliere nel segreto delle profondità più recondite il lago.
Eymerich si aspettava che quel flusso maleodorante raggiungesse Lucifero donde certamente aveva la sua origine.
- A buon rendere – pensò, e una risata sommessa e cupa accompagnò le parole.
Eymerich si aspettava che esso comparisse dalle acque come per un ultimo e definitivo duello. Per il suo trionfo. Il suo corpo era pervaso da un fremito, conosceva quella sensazione di potenza che lo invadeva, ogni volta che il maligno si faceva così vicino da lasciar sentire il suo puzzo.
- Il mio trionfo, Urbano, e la tua sconfitta –
Severo non aveva tardato a svelare le macchinazioni del Papa; incapace di fedeltà, egli aveva tradito in un solo giorno tre volte Eymerich e tre volte Urbano.
La trama era apparsa ad Eymerich la più ovvia e naturale, una volta che Severo ebbe pronunciato il nome di Giovanna I d’Angiò. L’intrigante regina, che tanto amava risiedere nel territorio di Potenza, vedeva nella presenza di Eymerich in quella terra una minaccia al suo potere. Si tratteneva dal recarsi nei suoi possedimenti lucani, per non incontrarlo, ma Castel dell’Ovo e la brulicante Napoli, nulla avevano della quiete e del profumo di quelle campagne. Benché la regina non amasse Urbano V, certo voleva usarne l’odio contro di lui. Inviandolo e trattenendolo tra stregoni e fornicatori, entrambi speravano che si appannasse l’astro di Eymerich, prossimo Papa o antipapa che fosse. Ma c’era di più. Un patto scellerato, un patto che avrebbe tenuto in ostaggio la terra e il mare e gli uomini e le bestie…più di tanto non sapeva Severo. Le minacce di Eymerich lo svuotarono fino in fondo, lasciandolo in balia dei suoi pentimenti.
Scavare, pensava, scavare fino a prosciugare il lago, scavare fino a sgretolare le fondamenta su cui poggia il convento, travolgere tutti quei peccatori, fornicatori, maghi, traditori, estirpare il male, sprofondarlo nell’inferno. Così i suoi nemici avrebbero riconosciuto, finalmente e definitiamente, la indefettibilità del suo potere.
Non aveva dovuto faticare a tacitare il Giustiziere. Gli aveva visto l’inquietudine negli occhi acquosi, con cui non aveva osato fissarlo. Come avrebbe potuto imprigionarlo, lui che gli doveva la stima del mondo? Come poteva dimenticare che Eymerich aveva raccolto contro di lui prove di un delitto indicibile: i suoi occhi d’inquisitore inflessibile, attraverso quelli dei suoi sgherri, l’avevano colto in flagrante. Le voci dei notabili di Venosa, dove viveva la sua famiglia, avevano gettato sospetti d’incesto su di lui. E come un segugio paziente, Eymerich aveva saputo attendere che si tradisse. Ma non l’aveva denunciato, piuttosto condannato a servirlo, finché egli volesse. Ciò che il Papa aveva comandato era stato, dunque, ineseguibile. Eymerich non l’aveva tradito neppure quella volta, ora gli serviva più di prima per smontare le accuse di Urbano. Con la sua logica rigorosa aveva smontato ogni accusa del Papa. Severo non si era neppure insospettito. Urbano avrebbe dovuto inventarsi altri capi d’accusa contro di lui.
Fernando si svegliò al crepitio dell’intonaco che si staccava dal muro per cadere sulla sua fronte. Una crepa, un filo scuro si disegnò lungo tutto il soffitto, e lo fece sobbalzare. Fu un attimo. Poté sentire solo un grido spandersi con un terribile eco per le celle e i portici del suo convento.
La fenditura era ormai diventata una voragine che tutto inghiottiva. Lo stesso Eymerich a stento riemerse da un cumulo di pietre e polvere. I suoi comandi imperiosi avevano bloccato i sopravvissuti al loro compito di scavatori. Aveva combattuto contro la morte con la forza della sua missione. Un patto scellerato, aveva detto Severo. Sapeva a chi chiedere.
Stava ancora scutendosi la polvere di dosso, quando apparve Frate Modesto stava tornando dal suo viaggio a ****; questo l’aveva salvato dalla morte, ma non dal dominio di Eymerich. Ritrovare a **** i suoi vecchi compagni di magia gli aveva ridato coraggio, benché dovesse fare i conti con la sua anima, ormai dedicata a Dio. I maghi più potenti l’avevano seguito, ma si erano tenuti a distanza per non offrire ad Eymerich la possibilità di sfruttarne i poteri per una missione che non condividevano. Resi invisibili da una cortina di impalpabile nebbia, essi seguivano i passi di Eymerich. Modesto, quasi esamine per il lungo viaggio e per la coscienza d’essere ormai senza un tetto e senza un amico, o un complice, fu costretto a rimettere in uso formule che avrebbe voluto dimenticare, a sfregare ossa di capra contro il suo sesso, a sputare nell’olio consacrato, finché la visione non si impossessò di lui.2054
Il Cardinal Luchini la guardò avvicinarsi, come un cacciatore guarda la sua preda. La bellezza di Karima si accentuava quando un fuoco le bruciava dentro. Il cardinale aveva fatto vita di monfdo prima di dedicarsi alla carriera ecclesiastica. Le gioie del mondo non gli erano estranne, aveva a lungo resistito alle tentazioni, finché si era deciso ad accoglierle come un dono di Dio, da rendergli in confessioni e penitenze durissime. Karima aveva un fascino cui era difficile resistere, lo sguardo magmatico si posò su di lui, tutto gli srembrò possibile in quel momento, tranne che potesse tramare qualcosa contro di lui, o meglio, tramite lui. Karima sapeva bene del suo fascino e dei trascorsi del cardinalre, ma la missione occupava interamente il suo pensiero ormai e, quando gli fu vicino, gli sussurrò:
- Sua eminenza, devo parlarle -.
- Bene, cara. Quale miglior occasione per noi, che ritirarci in qualche angolo tranquillo. Venga, imam, qui nel salottino saremo soli e difesi dalle occhiate indiscrete delle mie pecorelle. E’ bellissima, oggi, Karima, le brillano gli occhi di una strana luce. Mi dica, cosa ha da comunicarmi, qualcuno dei suoi parenti ha bisogno del mio appoggio? Non sia così discreta, il mondo non merita i migliori! –
- Devo chiederle solo se lei sa come funziona questo impianto –
- No, disse il cardinale, ma abbiamo investito molto nella causa dei rifiuti puliti, ed oggi siamo perfettamente felici.
- Ma cosa penserebbe, se le dicessi che è tutto un imbroglio e che questi rifiuti vengono ora inviati nel sce. XIV per ricaderci addosso tra circa 700 anni? –
- Lei è un’ambientalista, Karima? –
- Rispetto la natura, cardinale, per la salute dell’umanità.-
- Ma il denaro cura molte più malattie, la carità salva gli africani dall’aids, gli esquimesi dall’estinzione, i messicani dal colera. Il denaro, Imam Karima, il denaro rimargina anche le ferite della natura. –
- E quelle dell’anima? –
- Imam, ma perché parlare di anime, tra noi! Gli interessi, quelli sì, che guariscono dalla depressione, dallo sconforto.-
- Ma, mi dica, queste fantasie…dei 700 anni. Ma chi le dice queste cose, imam, i suoi amici ambientalisti. Stia attenta, la sua carriera…-
- E’ stato scientificamente provato…-
- Lasciamo stare la scienza…non sono affari nostri, la A.A. G.m.b.H ha donato l’anno scorso undici miliardi per la costruzione di un nuovo seminario. Un’opera imponente, vero tempio della sapienza di Dio…Gente che conta, imam, fascciamogli fare il loro dovere! Per le anime dei nostri fedeli… -
- Ma lei capirà, cardinale, che questi residui hanno dei poteri straordinari sugli uomini, malattie e fenomeni mostruosi si diffonderanno tra i fedeli, e le loro anime…sarà sempre più difficile curarle. –
- La A.A. G.m.b.H accumulerà profitti incalcolabili generando mostri e … -
- Imam, lei non … -
- I suoi banchieri, lei stesso, cardinale, quella bella pelle candida che si cela sotto la sua tunica scarlatta… -
- Imam, ma vuole corrompermi… -
- Voglio solo farle capire che questo profitto mina soprattutto gli interessi delle vostre lobby, per mantenere il potere sulle anime dovrete prima o poi scagliarvi contro i costruttori di mostri, per mantenere il vostro potere materiale dovrete far in modo di salvaguardare i vostri stessi banchieri, meglio le loro mogli e i loro figli, dal rischio di generare mostri…
- Ma perché rovinare questa bella atmosfera festosa, Karima… -
- Perché è quello che sta accadendo. –
- Venga, Karima, la porterò dal più alto dirigente della A.A. G.m.b.H, e vedrà che si ricrederà… –
Karima lo seguì, il suo scopo era raggiunto, avvicinarsi il più possibile a chi aveva le chiavi per attivare l’impianto, Peter e Wurtz non davano segnali, da un po’ di tempo, ma dovevano essere molto vicini alla soluzione, lei doveva solo distrarre alcuni e intimorire altri.
1365
Ormai non era rimasto che un sottile strato viscido e nauseabondo sul fondo del lago. Si intravedeva un fondo liscio e di colore metallico, lo sguardo di Eymerch era come inchiodato alla straordianria visione dei riflessi che alla luce delle torce apparivano sinistri nella loro assoluta improbabilità.
Nel panorama, dominato dalle macerie del convento, quella luminosità di specchio convesso sfidava ogni logica. Eymerich cercò di guardare attraverso gli occhi di Modesto, ormai in preda alla trance. Doveva andare oltre quello stretto orizzonte e si aspettava che qualcosa dovese accadere.
Modesto stramazzava a terra e si rialzava con voce di vecchio o bambino o femmina, per poi ricadere in un silenzio ebete. Ma poi tutto ricominciava e sempre più la calotta di lucido metallo era una realtà. Eymerich non attese oltre, si diresse verso il lago, ne attraversò il fondo liscio e lucido aiutandosi con le mani, finché giunse al centro del lago. I sopravvissuti sembravano ipnotizzati dalla visione dell’inquisitore che si stagliava come un pinnacolo sghembo su quell’abside mai conosciuta. Il silenzio era quello di un sfida finale, di un evento straordinario e definitivo. Per un attimo sembrò che lui si specchiasse, poi più nulla…
2054
Karima e il cardinal Lucchini si diressero verso il Governatore e l’elegantissimo manager della A.A. G.m.b.H, che attendevano l’evento, rispondendo alle domande dei cronisti. Il sorriso dei due sembrò spegnersi al levarsi di un mormorio strano, un mormorio di meraviglia e spavento insieme. Karima pensò che fosse giunto il momento, qualcosa di straordinario doveva accadere, benché non riuscisse ad intuire cosa avrebbe mai potuto mettere fine a quel tragico esperimento. Il suo sguardo istintivamente si levò verso il grande schermo che si ergeva nel mezzo della piazza.
1365
Eymerich aveva alzato le braccia al cielo, mentre i suoi occhi d’aquila fissavano un punto al centro dell’abside.
- Tanit Tanit – gridava e scuoteva il suo corpo come se fosse posseduto da mille fulmini. – Il tuo dominio è ormai nelle mie mani. Qui inizia la tua fine. –
L’abside si aprì all’improvviso senza che l’inquisitore potesse neppure intuirlo. Scomparve alla vista, mentre un boato risuonò e una vibrazione scosse il suolo. I sopravvissuti temettero nuovamente per la propria vita. I maghi e frate Modesto sentirono vicina la presenza del demonio e le loro cantilene accompagnarono il lento riassestarsi della terra.
1365 Avignone
La notizia del terremoto raggiunse Urbano durante una caccia al cinghiale, insieme alla missiva della regina che lo avvisava dei maneggi del domenicano per diventare Papa e scalzarlo anzitempo dal soglio pontificio. Esultò, celandosi tuttavia dietro un mesto saluto di congedo ai suoi accompagnatori. Affari urgenti lo richiamavano in sede. Appena potè si liberò dal manto delle convenienze ed esplose la sua gioia: - Un segno di Dio, è con me! – Il pensiero andò ai traffici che aveva con banchieri tedeschi, dai quali avrebbero ricavato il denaro bastante per una tempio che avrebbe superato il tempo per durata e lo spazio per fama. Il sogno di tutti i Papi: la sede aurea di Pietro, Caterina si sarebbe convinta a lasciarlo tornare a Roma per costruire a Dio un Olimpo, di cui lei sarebbe stata la dea!
2054
La sagoma di un frate dallo sguardo cupo e feroce riempiva lo schermo: un’aquila pronta a ghermirli come agnelli al pascolo. Un silenzio tombale seguì al mormorio. Il Governatore impetrito. Il cardinale esangue. Il manager un sacco svuotato della boria.
- Vae vobis, monstra nostra vestra monstra erunt –
Il cardinale, superata la sorpresa e ingoiato il terrore, gridò:
- Vae Satana, fuge ad Inferos, hoc est Domini regnum –
Stanton capì che la battaglia sarebba stata lunga e difficile, intanto andava fermato l’impianto, e con un ultimo sforzo sfuggendo al magmatico sguardo del frate, giunse ai piedi del quadro di controllo. Lì doveva compiersi il miracolo del dominio del pensiero sulla materia. Lì doveva compiersi un altro decisivo duello.
1365
Il coro dei maghi si levò alto su quel cimitero d’uomini e di bestie. Il terremoto aveva lacerato la terra di Lucania con il suo sussulto. Devastata la superficie della terra, restava solo il loro regno sotterraneo. Le macerie del passato ormai erano cumuli senza senso, morto l’inquisitore, stabiliti i patti dovuti con il Papa, adulata la regina con fausti presagi, essi potevano finalmente riconquistare il dominio delle tenebre e delle caverne, e continuare a reggere i destini dei giovani e delle giovani di quella terra, in cui avevano le loro radici.
Frate Modesto, pur in preda delle visioni, comprese il senso di quella terribile scossa, e dalla bava lasciò filtrare un verso di giubilo.
Ma ad un tratto la sua faccia si stravolse e la bava divenne sangue: - Ille vivit! Azut azatma tani barduk reduka loti– gridò. I maghi si sorpresero a tremare: egli non era morto, dunque, e li attendeva, in un dove e in un quando che essi ora neppure riuscivano ad immaginare.
2054
Stanton alzò la mano e infilo la cellula psitrionica nell’apposita feritoia. Nello stesso tempo la cupola del mostro si aprì e vomitò turbini di fuoco. Le fiamme si diffusero rapidamente, Stanton fu il primo ad essere lambito da una lingua di fuoco, Wurtz, preso in pieno viso, sembrava una torcia ardente. Karima fu prontamente sottratta all’incendio dalle sue guardie del corpo, difesa silenziosa ed efficiente. Un rogo senza scampo avvolse l’impianto, l’acciaio sembrò liquefarsi, nulla poté resistere. Lo schermo nella piazza bruciava lentamente, mentre ancora la voce minacciosa dell’inquisitore invocava un ultimo definitivo duello: - Tanit Tanit, il tuo potere è nelle mie mani -.
X. Un nuovo sogno dorato - Anna Luisa Santinelli
Anno del Signore 1365, nei pressi della Città di Potenza.
Un cielo plumbeo, saturo di nubi e di saette, rovesciava su uomini e paesaggio scrosci d’acqua violenti.
I lavori di interramento del fiume procedevano con velocità, nonostante le avverse condizioni del tempo.
Presso il greto del torrente, Fernando osservava i braccianti ricurvi domandandosi il perché di tanta fatica: Eymerich aveva dato ordini senza elargire spiegazioni o risposte.
L’inquisitore scrutava dall’alto, in piedi su una sezione di roccia salda e sicura come il suo animo. Nessun cedimento era ammissibile nella lotta contro il Maligno e gli intrighi.
Eymerich rifletteva sul da farsi; al frate guardiano aveva concesso di vivere poiché all’oscuro di molti dettagli:
Fernando, ricattabile per i suoi trascorsi, avrebbe tenuto la bocca serrata.
A Modesto e Michele e al loro seguito di eretici, era invece destinato un sepolcro fatto di fango e detriti.
Il domenicano conosceva l’ora dell’adunata dei maghi vicino alle acque del lago ipogeo: gli era stata svelata da Severo, nel corso di un colloquio durante il quale il frate, aveva simulato una falsa alleanza con Eymerich; un patto segreto volto a vanificare il rito pagano.
Lo sguardo vigile dell’inquisitore seguiva il difficile lavoro degli uomini, a tratti rallentato da raffiche di vento vigorose.
Presto o tardi, l’ostruzione della falda acquifera avrebbe causato una rovinosa frana.
A frate Severo spettava la medesima sorte dei confratelli : una tomba di argilla e un eterno silenzio.
Nelle ultime ore Eymerich lo aveva seguito.
Il giovane francescano era entrato nel palazzo del Giustiziere e tra le mura della corte interna, era rimasto a confabulare col Capitano della guardia. L’arroganza e la superbia lo avevano reso spavaldo e incline a commettere errori. L’ambizione aveva fatto il resto.
L’inquisitore aveva compreso il tranello e previsto il rischio di una cattura imminente.
La cerimonia sotterranea andava evitata…
Poi Eymerich parlò e il comando fu perentorio “ Fernando! Vi ho condotto qui a non far nulla forse?…Questa è una battaglia contro il demonio. RENDETEVI UTILE ! “.
L’ordine ebbe l’effetto di un manrovescio ben assestato.
“ Certo…padre Nicolas…certo “.
La goffa figura del frate guardiano, si avvicinò al torrente che fluiva impetuoso e gonfio di mota: fletté le gambe, piegò la schiena e a malincuore, cominciò a scavare.
2054, Scanzano Ionico , Inaugurazione dell’impianto di smaltimento della A.A.G.m.b.H.
Le dita di Wurtz si muovevano veloci ed esperte sul pannello di monitoraggio dell’impianto; modificavano dati e parametri, impostavano nuovi algoritmi per il rilascio del flusso psitronico prestabilito.
Stanton, alle sue spalle, scrutava gli schermi allineati che, secondo prospettive diverse, restituivano le immagini dell’inaugurazione; le olocamere di Euronet trasmettevano senza sosta l’avvenimento.
Karima era salita sul palco e celando incertezza e apprensione aveva iniziato a parlare con attitudine decisa.
Le tempie di Stanton pulsavano. Gli abiti umidi per il sudore, aderivano al corpo come un’impalpabile guaina.
Il tempo a disposizione stava per esaurirsi e i corridoi vuoti della A.A.G.m.b.H. ,si sarebbero presto animati della presenza degli addetti alla manutenzione: la breve pausa loro concessa era terminata.
“ Ci siamo …ora devi solo dirmi quando !! “ La voce di Wurtz uscì risoluta.
Karima , ieratica nelle immagini dei monitor, seguitava a pronunciare il discorso trascritto ore prima con la cooperazione di Stanton.
“…quando l’economia e le speculazioni finanziarie governano in modo indiscriminato la politica che dovrebbe avere a cuore la tutela dei cittadini…”
I due scienziati trattenevano il fiato, gli occhi incollati allo schermo in attesa dell’esatto istante.
“…allora si verifica la morte dell’umanesimo, la scomparsa dell’amore nei confronti dell’umanità tutta…e l’acqua, fonte di vita per eccellenza, diviene causa di orrori e di lutti…”
“ Ora !! “ urlò Peter.
Le pareti insonorizzate della sala di controllo, trattennero al loro interno il disperato grido.
Anno del Signore 1365, nei pressi della Città di Potenza.Le raffiche di vento erano aumentate di intensità, accompagnate dal rumore incessante dei tuoni.
La pioggia cadeva con forza. Gocce sottili come aghi martoriavano volti e corpi con la violenza di uno scudiscio.
La tempesta aveva conferito al terreno, la consistenza molle di un acquitrino. Gli uomini, immersi nel fango sino ai ginocchi, erano esausti.
La roccia, sotto l’assalto ripetuto delle vanghe, si era sbriciolata e lo smottamento era imminente.
Il frastuono causato dalla furia degli elementi era tale, che a stento Eymerich aveva udito il rintocco delle campane proveniente dalla città. Quel suono annunciava il principio della fine.
Il domenicano dovette gridare forte per farsi sentire: “Basta ! Basta così…tornate tutti verso il convento !! “
Fernando e gli uomini addetti allo scavo accolsero quelle parole con sollievo; un riparo asciutto e sicuro era il desiderio più agognato.
L’inquisitore avrebbe concluso da solo il lavoro, senza testimoni…un paio di colpi ben sferrati e il costone roccioso sarebbe franato. La colata d’argilla con la sua corsa veloce, avrebbe travolto ogni eresia e ogni influsso maligno.
Anno del Signore 1365. Sotterranei del Convento dei Frati Francescani.
Armi alla mano, il Capitano della guardia e i suoi uomini percorsero le catacombe al seguito di Severo. Eymerich aveva promesso di presenziare al rito e il francescano assaporava già il piacere per la sua cattura.
Terminato il tragitto nascosto, il manipolo di soldati era sbucato nello slargo che accoglieva il lago. Sotto la volta naturale dell’antro, li attendeva una scena inattesa: il baluginio di un’acqua luminescente e una piccola folla in preghiera.
Gli sguardi dei fedeli erano rivolti nella medesima direzione. Nel centro esatto del lago, come sospesa sulla liquida superficie, appariva l’immagine maestosa di una donna dalla pelle scura.
La cantilena salmodiata dagli officianti pareva averla evocata.
“ Fermatevi…è un ordine ! “ Aveva gridato il Capitano, con l’intento di interrompere la liturgia.
Il comando era rimbalzato tra le pareti della spelonca senza ottenere alcun esito.
Nulla sembrava in grado di interrompere la nenia, capace di materializzare la Madonna Nera.
Anno del Signore 1365, nei pressi della città di Potenza.
La punta del piccone si incuneò nel terreno friabile. Fu sufficiente un unico affondo e una slavina di fango iniziò a scivolare raccogliendo detriti lungo il percorso.
Eymerich, esposto alla pioggia che non accennava a diminuire, crollò in ginocchio e cominciò a pregare: una litania carica di un fervore intenso, volta a richiedere protezione e benevolenza divina.
2054, Scanzano Ionico, inaugurazione dell’impianto di smaltimento della A.A.G.m.b.H.
Le vibrazioni del terreno, originate dall’emissione del flusso, avevano innescato una sequenza di reazioni a catena.
Il suono acuto degli allarmi annunciava la disfatta dei progetti futuristici della A.A.G.m.b.H.
Dentro le sale operative, le attrezzature a tecnologia avanzata – motivo d’orgoglio per la Compagnia – entravano in corto per poi esplodere con fragore. Lingue di fuoco e scintille si propagavano ovunque con rapidità.
Wurtz e Stanton correvano lungo i corridoi della multinazionale: una fuga scomposta, che li avrebbe condotti all’uscita d’emergenza ad apertura automatica preordinata…All’interno della tensostruttura, il panico si era diffuso con il manifestarsi delle scosse telluriche.
Manager, funzionari politici e alti prelati, abbandonavano il palco delle autorità ambitissimo fino a quel momento. Cyber veline e femmine di rappresentanza correvano impacciate, fasciate in abiti da sera inadatti a fughe precipitose.
Frammenti metallici incandescenti rovinavano sul pavimento sconnesso: pochi istanti prima, gli invitati al party vi avevano danzato.
Karima, circondata dal caos, esibiva una calma e un distacco innaturali. Attendeva un segno. Qualcosa in grado di conferire un significato ai suoi sforzi e a quelli di Peter.
Il segnale arrivò. Proveniva da un passato molto distante.
L’immagine di un monaco inginocchiato, immobile, in posizione orante era comparsa nel mezzo della sala. Il cappuccio rialzato della tonaca, celava a malapena i tratti duri del volto e l’intensità dello sguardo.
La figura solenne, possedeva la qualità trasparente di un ologramma.
L’apparizione si manifestò solo per pochi attimi e poi svanì, risucchiata chissà da quale era temporale.
Nel disordine generale, solo l’imam aveva intercettato quel messaggio antico di secoli.
Karima si mosse decisa, sostenuta dalla ferma volontà di lasciare quel luogo dove per un istante, come un monito per il futuro, passato e presente si erano confusi.
Anno del Signore 1365, nei pressi della città di Potenza.
Eymerich rimase ad osservare la nascita del giorno.
Provava una sensazione di forza, certo di avere agito in difesa dell’ortodossia e per la gloria di Dio.
L’oscurità abitata da demoni, lasciò il posto al sorgere dorato dell’aurora, accolta come un sogno nuovo capace di allontanare l’ombra di un incubo spaventoso.
( NOTA titolo: ispirato a *New gold dream* dei Simple Minds )pde
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