BESTIARIO


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LE TORRI , I CAVALLI, GLI ALFIERI, I RE E LE REGINE DELLA STRATEGIA

 

Cina 1922

Sudamerica - USA - Egitto

 

Shanfeng

È un sicario della società della Triade di Shanghai. È un militante e attivista del neonato partito comunista cinese, affascinato dalla figura di Mao Tse-tung. È il fedele servitore di un ricco studioso occidentale, del quale custodisce le incredibili scoperte. È un oceano di contraddizioni, un orfano, un assassino. È un chicco di riso, uno dei tanti, in attesa della futura rivoluzione.

“D’un tratto una fitta, gelida e improvvisa, gli lacerò il perineo e subito si trovò a terra, in preda a un dolore fiammeggiante, con una mano estranea sulla bocca e un forte peso sul petto: un uomo.
«Sai perché senti dolore, Yuan?» L’aggredito riconobbe subito la voce di Shanfeng, che lo sovrastava nell’oscurità. «Senti dolore perché hai appena perso qualcosa, qualcosa di molto importante per un uomo.» A queste parole, lo shock della consapevolezza rese ancor più dolorosa l’amputazione appena
subita, finché il sapore dolciastro dell’impiastro colloso che Shanfeng gli premeva sulle labbra gli invase il palato suscitandogli un conato.
«Non è poi gran cosa visto così, vero? Che sapore ha, è buono? A guardarti non sembrerebbe. Dovrai mangiarlo comunque, perché non è educato rifiutare un’offerta. Te la manda Hung, te la ricordi?»
Gli occhi sbarrati e lucidi di Yuan-che balenavano nel buio; il ferito cominciò a tremare e a perdere sensibilità. Prima che l’oblio lo raggiungesse, però, Shanfeng lo colpì di nuovo, stavolta al torace.
«Questo invece è da parte mia, e quest’altro… da parte del professor Hofstadter.» Con un’ultima vibrazione della lama gli spaccò il cuore.
Si allontanò, lasciando nell’oscurità quell’ammasso gorgogliante, grottesca scultura di carne raffigurante un ermafrodito con i genitali che gli fiorivano in bocca. Disgustoso simulacro dell’uomo ben più disgustoso che era stato in vita.”

Hans Deruyter

Marinaio olandese al servizio della Triade. Rughe da vecchio scavate su una faccia da bambino. Freddo come il coltello che è maestro nell’usare. L’intransigenza calvinista, retaggio delle sue origini, stride con la doppiezza della sua personalità e dei suoi fini, e gli produce un malessere costante. È solo una pedina e sa di esserlo, l’insignificante figura di un ordito più complesso. La figura rappresentata da quell’ordito è talmente estesa da risultare invisibile: l’Ariete.

Hans riusciva sempre a imporsi calma assoluta, quando doveva usare il coltello; sapeva bene che le lame sono armi passionali, accentuano l’emotività di un’azione che non c’è bisogno di esasperare ancor di più col proprio nervosismo. Dopo anni di esperienza, anni in cui aveva imparato a dar sempre meno valore alla vita – la sua e quella altrui –, la paura e la tensione degli istanti prima di uno scontro si erano trasformate in curiosità. La tranquilla curiosità di uno spettatore esterno che vuol solo vedere come va a
finire. Un atteggiamento utile, che in quei frangenti gli regalava sempre un’oncia di lucidità in più rispetto agli avversari. E la lucidità, col coltello, è tutto.
L’olandese impugnava l’arma in modo saldo ma sciolto, il polso rilassato e la mano immobile lungo la coscia. A intervalli regolari grattava con il taglio della lama la cucitura dei pantaloni, in modo da non abbandonare mai l’immagine mentale che si era creata del coltello, l’ingombro dell’acciaio nello spazio, su cui avrebbe dovuto misurare i propri affondo…

Prof. Einrich Hofstadter

Studioso tedesco. Ha dedicato l’ultima parte della propria vita all’inseguimento di una chimera, che ha cercato di verificare con l’ausilio della ricerca scientifica. Le sue peregrinazioni lo hanno condotto a Shanghai, a un passo dalla meta.

Aprendo il portone dell’elegante villino ai margini della Concessione francese, il professor Einrich Hofstadter sperimentò una curiosa sensazione di smarrimento: da tempo attendeva il recupero dei vasi. Eppure non provava il senso di appagamento che si sarebbe aspettato. La sua stessa casa gli sembrava ostile e ignota.
Dopo aver congedato i facchini e richiuso la porta alle spalle, tornò nel soggiorno del pianoterra, dove lo attendevano le casse, che accarezzò distratto passandovi accanto per raggiungere il bovindo.
Scostò la tenda di mussola e guardò in giardino, attraverso gli stretti pannelli di vetro. Ombre fitte si allungavano sempre più.
Al proprio riflesso sul vetro, Hofstadter accostò l’immagine della moglie come la ricordava, fragile ed elegante, afflitta da una salute precaria e da un inguaribile temperamento malinconico. La sua assenza non le era stata certo d’aiuto.
Clarisse, ho atteso anni e sacrificato la vita al traguardo davanti al quale mi trovo, senza mai un dubbio, senza mostrare alcun cedimento. E adesso… è come se la ricompensa non fosse sufficiente a ripagarmi di tutte le rinunce, del tuo sorriso e di quello di Dietrich.

Yu-Hua

È lo Shan Chu, il grande capo della società segreta della Triade. La testa del dragone. Il fratello maggiore. Chi vuole qualcosa a Shanghai negli anno Venti deve andare a chiederla a lui. Un criminale e un benefattore. Un leader assoluto.

Tenui fasci di luce filtravano nella stanza attraverso le cortine della finestra, sfiorando la sagoma minuta di Yu-Hua, che restava protetta nell’ombra. Un effetto di certo voluto e destinato a impressionare quelli che venivano a chiedere i suoi favori. Stava sempre con la schiena molto dritta, una postura forse scelta per compensare la sua bassa statura e le spalle strette. Ma nonostante i suoi limiti fisici, nessuno avrebbe mai dubitato del suo potere.
“Cos’hai per me oggi?”
“Drago d’oro ha cambiato casa. La sua nuova dimora sarà quella che avevamo scelto per lui.”
“Molto bene, Shanfeng.” Il tono preciso e annoiato di Yu-Hua suonava già come un congedo, ma il giovane esitò, rimanendo impalato davanti al capo.
“C’è altro?”
“Avrei una richiesta. O meglio, una persona a me vicina ha una esigenza che l’organizzazione può soddisfare ricavando un adeguato tornaconto.”
Yu-Hua sbottò in una breve risata: “Bene, mio piccolo sensale, ti ascolto.”

Mao Tse-Tung

Attivista e oppositore del formalismo autoritario confuciano, nel 1921 a Shanghai è tra i fondatori del partito comunista cinese. Per la Cina è l’uomo del destino.

La stanza era piccola, odorava di chiuso e di umido. Un seminterrato vicino al porto, impregnato degli umori che lo Huangpu rilasciava nella terra molle del suo letto. Mao era seduto su una branda, le mani appoggiate ai lati delle cosce, la schiena diritta. L’aspetto non aveva smarrito l’imponenza di un tempo. La giacca di taglio essenziale era abbottonata fino al colletto, nonostante il caldo. Lesse i pensieri di Shanfeng nella sua espressione.
“La Rivoluzione ha sempre origine in luoghi malsani, è per questo che il destino della Cina è segnato.” Rise piano. I due si guardarono per qualche secondo, poi annuirono.

 

Sudamerica 1944-48

cina - USA - Egitto

Dietrich Hofstadter

imperatore

Hiro Otaru

eremita

Felipa

papessa

Arthur Fillmore

bagatto

George Ponticelli

matto

 

Usa 1957

Sudamerica - cina - Egitto

Shelley Redhead Copeland

Ex bambina prodigio, rinchiusa in non meglio precisati istituti federali per le sue qualità cognitive, la rossa Shelley è una dei migliori giovani agenti della CIA nel 1957. Molto bella, intelligente e calcolatrice, è una donna considerata da tutti affascinante e pericolosa.
Ha una relazione con Ronald Folberg, un funzionario della compagnia più alto in grado. Per opportunismo, o forse per capriccio. Lo deride, lo domina, ne subisce il fascino rozzo e redneck. Capisce dai suoi movimenti che ha qualcosa di grosso per le mani e per istinto femminile, o per calcolo, o dovere professionale, si intrufola e va a finirci dritta in mezzo.

Shelley Copeland era a un punto critico. La faccenda era diventata davvero troppo per lei. Dopotutto voleva solo giocare, come al solito, con uomini e potere. Recitare la parte di femme fatale, vedere l’effetto che provocava sulla gente intorno. Oltre le ostentate maschere di efficiente agente della cia, di meschina arrampicatrice sociale, o donna di facili costumi, non era altro che una ragazzina, Redhead.
Ma era tardi ormai.
Troppo tardi per regalare ai presenti una semplice smanceria delle sue e togliere il disturbo. Ora aveva a che fare con un ospite di riguardo, non uno dei soliti idioti che era abituata a prendere in giro. Uno che si arrabbia facilmente. Un cattivo vero. Al-Hàrith.

Ore 8.47. Shelley Copeland aprì la porta dell’appartamento B15. Uscì con cautela, si guardò intorno. Lo sguardo intenso, glaciale. Vestiva un completo marrone scuro, elegante e austero, un cappello nero con velo davanti agli occhi verdi, grandi e lucidi. Pensava a cosa inventarsi da lì a qualche secondo, quando avrebbe incontrato la faccia dell’assonnato uomo di turno in reception. Qualcuno doveva trasportagli il congelatore in auto. Era un bel rischio, ma non aveva altra scelta. Nel caso di domande indiscrete, avrebbe detto che si trattava di una moderna apparecchiatura medica, cosa c’era di strano? All’arrivo al Rosebowl due sere prima era andato tutto liscio, nemmeno avevano badato all’arnese. Come non soddisfare una richiesta di aiuto di una squisita signora? Armi improprie dell’agente federale Copeland.

Ronald Folberg

Funzionario della CIA dalla carriera sospetta. Uomo dal fare rozzo, opportunista. Sembra protetto, sotto controllo, come una pedina. Avanza di grado, frequenta ambienti poco raccomandabili. Poi un giorno decide di salutare tutti e scapparsene al sole con un po’ di grana, ma non ha fatto bene i suoi calcoli.

Ron Folberg aprì la porta di colpo e se la sbatté alle spalle, senza voltarsi. Adorava iniziare in quel modo gli interrogatori della feccia umana di turno. Spaventare per ottenere il massimo risultato. Di cinesi poteva farne entrare ancora uno o due, per tutto il resto dell’anno. Non di più. Si ritrovò davanti un uomo sui quarant’anni, dall’aspetto trascurato e in apparenza inoffensivo. Il respiro lento e asmatico: pessime condizioni di salute. Ma gli occhi erano piccoli e svegli, profondi. A suo modo un tipo inquietante. Folberg esordì come da manuale.
«Signore, negli Stati Uniti d’America vige il Chinese Exclusion Act, a norma del quale i lavoratori cinesi non possono ottenere il permesso di soggiorno in questo paese. Provvederemo a indirizzarla verso il rimpatrio. È tutto chiaro?»
Lo sguardo di Shanfeng rimase immobile. Pareva un pezzente qualunque, eppure c’era qualcosa in quegli occhi neri…

E poi Ron Folberg. Brutta fine, ma meritata. Era solo un idiota, un cane sciolto con poco cervello. Un mitomane dai pruriti incontrollati. Ecco perché aveva abboccato subito alla sua offerta. Un milione subito e altri nove da versare su un conto cifrato. Niente male come garanzia per un’esistenza serena, ma il congelatore valeva molto di più. Non aveva prezzo, come il Koh-i-noor o la Monna Lisa. Come poteva un funzionario cia non immaginarlo? La risposta stava nella diversa natura degli uomini, nel loro differente spessore spirituale. C’è chi insegue conoscenza e gloria e chi ha solo un approccio materiale alla vita. Folberg era uno di questi ultimi, ed era grazie a gente come lui che affari simili erano possibili.

Eudoro e Albino

Michael Glendy e Norman Kirchner sono i confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete più alti in grado per il continente nord americano. Sono al comando di un’organizzazione capillare che forse da troppo tempo non è operativa. Sono ricchi, grassocci e viziosi. Sono impauriti e devono agire senza scrupoli. Ma non tutto è programmabile nei minimi dettagli…

L’Ariete è ovunque e da nessuna parte
Commedia

DRAMATIS PERSONAE
Due uomini corpulenti, in eleganti completi scuri e camicie con il colletto sbottonato. Sono Norman Kirchner, alias ALBINO e Michael Glendy, alias EUDORO, confratelli dell’Antica Segreta Società dell’Ariete.

ATTO UNICO, SCENA I

Scena: ampio salone di una villa immersa nel verde, pareti bianche e pavimento in cotto. Arredamento di gusto, in stile classico con vari oggetti di legno scuro e ottone o ferro battuto, sui muri quadri di paesaggi e natura morta, un grosso tavolo rotondo nel mezzo. Dalle finestre su due lati ad angolo filtrano tiepidi raggi di sole a evidenziare il pulviscolo sulle poltrone imbottite e sui tappeti.

EUDORO: “Avevo una compagna di liceo giù in Virginia nel ‘24, proprio come la Copeland. Quelle donne sono vipere... Le rosse, intendo. Ti ammaliano con l’aspetto angelico, poi ti succhiano fino all’ultima goccia di sangue e svaniscono nel nulla. Tutte streghe maligne, credimi. Mettici poi che Folberg era un babbeo di prima categoria, e il gioco è fatto.”
ALBINO: “Non sono ancora convinto di come sia andata, Mike. Qualcosa non quadra. Ti pare possibile che Folberg abbia spifferato l’affare della sua vita a una come Miss C? Voglio dire, anni spesi nei servizi dovrebbero pur insegnare qualcosa.”
EUDORO: “Norm, proprio perché lo conoscevamo bene non dovremmo avere dubbi. Folberg lo abbiamo creato noi, prima non era nessuno. In un certo senso, siamo responsabili anche noi di ciò che è accaduto. Capisci cosa intendo…”

I "Bikini"

Divertente coppia di ex sbirri assoldati dall’uomo di Otaru negli Stati Uniti per restare sulle tracce della fuggitiva. Litigiosi come ragazzine e inseparabili, sembrano dilettanti allo sbaraglio più che scafati professionisti.

Non è per nulla comodo discutere con bavagli lerci stretti intorno alla bocca, inzuppati e legati all’altezza della nuca. E con i polsi dietro la schiena, ammanettati all’imbocco di una tubatura che percorre dal basso in alto il muro di un sottoscala.
L’osservazione di certo concorde di Chuck Flames e Diego Heste, affiatata coppia di detective conosciuta negli ambienti con lo pseudonimo di Bikini, non li tratteneva dal vomitarsi addosso orrendi grugniti a ripetizione. L’uno di fianco all’altro, legati e imbavagliati, emettevano grida soffocate e crescenti, accavallate con furia. All’interrompersi per un istante dell’urlo ferino dell’uno, ansimante, l’altro subito si zittiva a sua volta, riposando la gola in fiamme. Ma la tregua durava pochi secondi, giusto il tempo di riprendere coscienza della situazione e di quanto erano nella merda. A quel punto il grottesco concerto d’ugole ricominciava con maggior impeto.
Si conoscevano sin dai tempi della scuola di polizia. Chuck il grassottello e Dieguito Nice Face, soprannome decisamente ironico, avevano fatto presto comunella. Erano solo dei ragazzini allora e Baltimora era una città tranquilla. Essere poliziotti significava guadagnare bene e vivere senza patemi.
Il loro rapporto era stato da subito molto conflittuale. Si davano addosso per un nonnulla, ogni giorno, in modo ridicolo e spietato. Litigare era diventato uno stile di vita, un’abitudine. Col tempo diventarono amici per la pelle, coppia fissa nelle ronde di pattuglia. Lavoravano e uscivano insieme, frequentavano gli stessi bordelli e gli stessi bar. L’amore smodato per le dive del cinema e i nuovi entusiasmanti costumi da bagno a due pezzi non li fece dubitare un attimo sulla scelta del nome in codice per i nuovi incarichi: Bikini.

Numenio

Responsabile operativo dell’Antica Segreta Società dell’Ariete nel pedinamento della fuggitiva, dal caratteristico nome in codice. Uomo equilibrato e di buon senso, gran ragionatore, non si tira indietro ed affronta i rischi a viso aperto. I fatti lo metteranno davanti a una scelta difficilissima, per la quale sarà ricordato a lungo nei passaparola tra confratelli.

Brutte gatte da pelare quella mattina. Un congelatore con l’unico campione sintetizzato di Al-Hàrith conosciuto al mondo nel portabagagli di una Ford rosso fuoco, guidata da una pericolosa agente CIA in fuga, tallonata da due opposte organizzazioni segrete: una situazione imprevedibile.
La carriera di Numenio era a un punto di svolta, per forza di cose. I secondi passavano e lui ringraziava il cielo per la leggerezza con la quale prendeva decisioni, quasi inconsciamente. Rendeva omaggio all’azione, al susseguirsi dei fatti guidati da azioni. Girare alla larga dal troppo pensare, evitare di ricapitolare ogni cinque minuti. A quel punto, ragionare a freddo non contava più nulla. Contava solo seguire Miss C e recuperare il congelatore, a ogni costo.
Gli avversari non destavano particolare preoccupazione, in linea di principio. I due scagnozzi catturati il giorno prima - i Bikini - avevano vuotato il sacco non appena era stato brandito davanti ai loro occhi qualche acuminato oggetto di tortura dell’antico campionario. I mugugni disperati, attraverso bavagli lerci intorno alle bocche, non avevano lasciato dubbi. Quello che sapevano fu cantato durante un breve e vigoroso concerto, molto apprezzato.
Venne fuori il nome di Gordon Craw. Venne fuori il nome di Hiro Otaru, una vecchia conoscenza dell’Ariete. Persino a Numenio, che aveva solo una quarantina d’anni e per l’Ariete aveva agito solo localmente, quel nome non suonò affatto nuovo. Uno dei famigerati nemici nelle vecchie storie dell’Ariete, tramandate di confratello in confratello, come voleva la tradizione.
Il giapponese poteva contare su alcuni ex poliziotti, ai comandi di tale Craw, una mezza tacca d’uomo con il fiuto per i verdoni e le conoscenze nei posti giusti. Una squadra improvvisata, messa insieme all’ultimo momento. Niente a che vedere con l’Ariete, per capacità organizzativa e mezzi a disposizione. Ma a quel punto gli arsenali erano solo lunghi inventari di inchiostro su carta, non avevano più voce in capitolo. A quel punto avrebbe parlato l’asfalto, imponendo la sua verità inappellabile.
Proprio in quell’istante, la Ford Thunderbird di Shelley Copeland svoltò di colpo a destra, rischiando la collisione con un’auto sulla corsia esterna, e iniziò la sua fuga.

 

Egitto 2501 a.C.

Sudamerica - USA - cina

Gamir

Sacerdote del culto segreto del Dio Khnum, la divinità rappresentata con la testa di un ariete. È anche uno dei sacerdoti del faraone Cheope e padre di Mira una ancella del gineceo reale.

Metzke sollevò il mento con aria di sfida. “Non stai parlando da sacerdote. Non hai nominato nemmeno una volta il tuo divino Ariete.” Gli occhi di Gamir si addolcirono. “Con te sarebbe tempo perso. Questo non vuol dire però che Khnum non ci stia guardando e proteggendo. Ogni momento della nostra vita, Egli è con noi e ci guida. E se non vuoi credere in Lui, credi a me. Riusciremo a recuperare quei vasi, e sarai tu a farlo.”

Mira

È la figlia del scerdote bianco, Gamir. È testimone diretta della manifestazione di “Seth” e dei suoi effetti devastanti sulle persone e per questo è in pericolo di vita.

Mira trattenne a stento le lacrime, Gamir la abbracciò. “So cosa faccio. Se Khoperr non può dimostrare al Re la mia colpevolezza, egli non mi ucciderà. È un uomo saggio, è l’essere più vicino agli dei, prenderà la giusta decisione.” La ragazza scosse il capo, convinta che le parole del vecchio fossero solo un pretesto per farla partire tranquilla. “Non è così semplice, sarai comunque cacciato dal tempio. Sai che fine fanno i sacerdoti destituiti? Verrai lapidato appena metterai il naso fuori di casa.”

Metzke

È un beduino del deserto che ha abbracciato la causa del sacerdote Gamir: impadronirsi del “Respiro di Seth” per impedire che possa essere usato da Khoperr per i suoi sinistri scopi.

L’uomo della sabbia riconobbe all’istante la voce. “Tutuola. Sei arrivato.” I due si abbracciarono, poi Metzke fece un cenno verso i due uomini e porse al compagno la caraffa piena. “Prendi, usciamo di qui...” L’altro senza fare domande lo seguì. Fecero il giro dell’isolato e tornarono di nuovo alla bettola. Il nomade diede un’occhiata veloce all’interno e vide che gli sconosciuti erano scomparsi, lasciando sul tavolo gli orci pieni di birra. “Come sospettavo.” Sussurrò il beduino. Poi fece un cenno a Tutuola, ed entrambi sparirono in una stradina laterale. A metà vicolo videro quattro individui immobili all’imbocco della via, con i pugnali in mano. “Troppo tardi,” mormorò, invitando l’amico a voltarsi. “Sei armato?” Il compagno gli mostrò il coltello infilato nella cinta. Continuarono a camminare.


Khoperr

Primo sacerdote e Gran Visir del regno di Cheope. È il vero amministratore del regno e attraverso il suo potere e con l’aiuto del “respiro di Seth” vuole sostituirsi al faraone.

Fuori dal laboratorio, Khoperr, il gran Visir, con una tunica sulle spalle larghe passeggiava nervoso avanti e indietro. Poco più in là, due giovani sostavano schiena al muro, i visi scuri incorniciati da una folta chioma. Avevano lunghi mantelli neri e spade ricurve nella cintola. La porta si aprì, Elegnem apparve sulla soglia, la veste bianca bagnata di rosso all’altezza del ventre. Un odore intenso di cruore si spanse nell’aria. “Mio grande Khoperr, quale onore averti qui, dove il nostro ingegno si confronta ogni giorno con la pratica dell’esperimento...” Il Primo sacerdote gli si avvicinò fissandolo con disprezzo. “Uomo privo di equilibrio, mendicante di carne giovane, se non mi fossi necessario ti trascinerei su quel tavolo e ti aprirei le viscere come un piccolo infido serpente.”


Elegnem

Spietato cerusico e sadico chirurgo al servizio di Khoperr.

All’alba, tiepidi raggi di sole si allungarono sui tetti delle case in collina. Elegnem, nel suo camice bianco, attraversò un andito al primo piano della fortezza reale, poi infilò un corridoio. Quando entrò nel salone impugnava due lunghi coltelli. Li sfregò tra loro, facendoli stridere. Avanzò claudicante verso il centro del laboratorio. I capelli lunghi sul collo, unti e riccioluti, rimbalzavano a ogni passo sulla veste bianca, lasciando un alone di sudore. Da una delle porte laterali entrò un assistente, che trascinava a forza un bambino tremante. Il cerusico si avvicinò e, sfiorandogli il mento, gli sollevò la testa. “Sembri in salute.” L’aiutante accennò un ghigno, lasciando intravedere tra le labbra bluastre i denti marci e spezzati.

 

 

 


copertina del libro La Strategia dell'Ariete di Kai Zen, Mondadori Strade Blu

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