Spin Off
Questo spazio è dedicato alle storie ispirate al Romanzo Totale di quest’anno. Capitoli, né alternativi, né ufficiali che giocano con la materia messa in moto con l’incipit e che aprono strade parallele. Il primo spin off arriva direttamente dalla scrittrice lussemburghese Patrizia Debicke van der Noot
Robertson & Beato
Mar Nero novembre 1854
La nave postale a vapore, sovraccarica di feriti in cattive condizioni che trasportava a Scutari i reduci di Bataclava era salpata il 30 ottobre.
I russi avevano mancato il loro tentativo di rompere l’accerchiamento alleato a Sebastopoli ma il prezzo pagato dagli eserciti alleati era troppo alto.
Il telegrafo aveva cantato la battaglia trasportandola a migliaia di chilometri di distanza.
L’autunno si accomoda spedito, in anticipo per la regione. Il mare in burrasca ostenta onde brevi, insidiose, frangiate di spuma.
L’infuriare dei marosi impedisce ai passeggeri di restare sul ponte e un fetore allucinante di vomito ed escrementi si leva dalla stiva. La falce della morte ha aleggiato giorno dopo giorno funerea sulla navigazione.
Il rollio è quasi insopportabile.
Roger Fenton si solleva a fatica e beve un sorso di tè tiepido che gli porge il compagno, sforzandosi di non rovesciarlo. James Robertson, un inglese biondo molto alto, acconciandosi al suo compito da infermiere, gli sprimaccia il cuscino.
“Grazie amico mio” mormora l’ammalato con voce fievole:
Poi si abbandona sulla cuccetta. Sta male, trema, è stremato dalla febbre.
La Crimea è finita per te, è tempo di tornare in Inghilterra, si era detto, pochi giorni prima lasciandosi finalmente convincere da Bill Russel.
“Pensa alla tua salute e scorda il lavoro, Robertson & Beato ti rimpiazzeranno” gli aveva suggerito il sanguigno irlandese, pragmatico, ma sincero nel raccomandarli, mentre Fenton si lamentava sotto la tenda, raggomitolato sulla sua branda, scosso dai brividi.
I due fotografi inglesi James Robertson e Felix Beato erano sbarcati al Vecchio Forte a settembre con le truppe della coalizione. Venivano da Costantinopoli, erano professionisti esperti, ma generosi e disponibili. Gli avevano dato una mano, quando la sua salute si era messa a fare cilecca.
Se potrai tornare in Inghilterra con un reportage fotografico completo, lo devi anche a loro, riconobbe onestamente.
Balaclava rappresentava la sua maggiore impresa come fotografo di guerra in Crimea.
Era ripartito sfinito, ma con la soddisfazione di aver realizzato la fotografia simbolo della battaglia. Il canalone stretto e sassoso che aveva visto l’ ultima generosa carica della brigata leggera.
“Vi affido la mia attrezzatura, prenderò con me solo le lastre” aveva deciso infine, dichiarandosi vinto.
Ma non era stato facile lasciare Balaclava dopo la battaglia.
Poi la rinuncia di Lord Raglan, bloccato da ordini superiori, gli aveva consentito un passaggio sulla nave lazzeretto. Raglan avrebbe dovuto viaggiare con l’attendente. La sua cabina era libera. James Robertson il socio più anziano della Robertson & Beato, si era imbarcato con lui.
Russel e Beato li avrebbero seguiti presto, l’inverno era alle porte. Gli strateghi alleati prevedevano un’ interruzione dei combattimenti con la brutta stagione.
Il loro viaggio si era rivelato lungo, scomodo, e sgradevolmente condito dall’accanirsi delle intemperie.
Pera novembre 1854
Il battello, un caicco slanciato, li trasporta dall’inferno di sofferenze di Scutari a Galata.
Il porto brulica di merci di ogni genere che vengono caricate e scaricate in un fervore babelico. Un via vai continuo di battelli e rimorchiatori si snoda attorno alle imbarcazioni ancorate in rada.
Seguendo un abile percorso sinuoso per evitare gli ostacoli, attraccano nel pomeriggio.
Fenton si sente male da giorni. E’ abbattuto disidratato, in pessime condizioni di spirito.
Un telegramma di William Russel all’arrivo informa i viaggiatori della lunga battaglia di Inkermann avvenuta il 5 novembre.
La nebbia aveva fatto da padrona, mischiando disordinatamente amici e nemici. Poi, finalmente una divisione francese si era fatta largo alla Cernaja, respingendo il nuovo tentativo russo di rompere l’assedio.
I doganieri turchi accettano le loro dichiarazioni, scrutando dubbiosi i bagagli. La lettera di credenziali siglata da Lord Raglan e una regalia li rendono più disponibili, sbloccando celermente le pratiche, ma informano Roger Fenton che la nave che dovrà trasportarlo in Inghilterra non è ancora arrivata e che, comunque, comincerà a caricare i passeggeri solo la settimana dopo.
Il fotoreporter si abbandona stremato su una panca, dichiarando:
“Voglio andare in ospedale”
James Robertson, che gli ha fatto da interprete, lo sconsiglia e, mosso a compassione, si fa carico di trovargli una sistemazione provvisoria adeguata.
La zona elegante, che ospita le ambasciate straniere e gli alberghi di Pera, è raggiungibile solo a piedi. Il gigante inglese, manda un monello con un biglietto a casa del socio per avvertire del suo ritorno inatteso, poi ingaggia una portantina per l’ammalato e dei facchini per trasportare bagagli e attrezzatura: due grandi bauli, diverse borse e una paio di casse piene di lastre avvolte amorevolmente in strisce di tela.
Affrontano di buona lena il dedalo di viuzze fino raggiungere la Grand Rue dove si trovava il miglior albergo della città. La larga facciata, che si leva imponente per due piani, è uno sfolgorio di marmi preziosi.
I facchini che li precedono all’ingresso scaricano i loro fardelli sull’impeccabile nitore del pavimento, offuscandone per un attimo la sua signorile meticolosità.
Robertson deve aiutare Fenton a scendere dalla portantina.
Lo lascia boccheggiante e semisdraiato in una poltrona e si accosta al banco della reception, la cui fantasmagorica coreografia gli ricorda i pomposi altari barocchi di legno scuro intagliato delle chiese bizantine. Manca solo l’oro.
Un ossequioso portiere in livrea di gala attende regalmente vigile, circondato da una corte di accoliti al suo servizio.
Si consulta laboriosamente, contratta e riserva una stanza.
Versa una caparra in anticipo, allungando una lauta mancia per soprammercato, e sventaglia una mitragliata di ordini in turco, per assicurarsi che si faccia chiamare subito un dottore.
Ritorna dall’amico e gli porge di nuovo il braccio per aiutarlo a salire al primo piano.
Deve quasi trascinarlo per scale e per il corridoio, ricoperti sontuosamente di tappeti.
Un domestico dell’albergo li precede con la chiave in mano apre ed entra per primo.
La camera e bella, spaziosa, ma sovraccarica pesantemente di mobili. Un fastoso letto a baldacchino domina la scena con prepotenza.
Robertson spinge gentilemente Fenton e:
“Andate a letto e restateci” ingiunge.
Il pover’uomo è cadaverico e ha gli occhi iniettati di sangue.
“Vi farò portare del thé, vado a casa mia. Vi vedrò più tardi” promette lasciandolo solo.
La stanchezza del viaggio gli indolenzisce le ossa.
Sbadiglia, stropicciandosi in un gesto consueto i folti capelli biondi, mentre torna nell’atrio.
Sogna di correre a casa e fare un bagno ma si costringe a fermarsi ancora al ricezione, dando il suo indirizzo al portiere. Poi fa una deviazione, passando dalla legazione inglese e raccomanda Roger Fenton alle cure dell’ambasciatore.
Quando esce di nuovo per strada il sole era tramontato, annotta rapidamente. Dall’alto della collina si vedono le acque del Bosforo, schiarite dal rosato perlaceo del cielo.
Finalmente puoi tornare, si dice. Pochi minuti a passo veloce ed è davanti alla deliziosa costruzione in legno e mattoni dietro la chiesa armena che è la sua abitazione da oltre dieci anni.
I soliti facchini del porto hanno già consegnato il suo poco bagaglio alla vecchia turca che gli tiene la casa. E’ atteso.
Sale i gradini con passo stanco, apre ed entra, chiamando ad alta voce:
“Amina. ”
“James” grida invece Leonilda Beato materializzandosi davanti a lui come il genio della favola e saltandogli al collo entusiasta.
Non la vede dal giorno della sua partenza per la Crimea.
Leonilda Maria Matilda Beato sorella di Antoine e Felix Beato ha appena 17 anni.
Bionda, quanto era stato biondo il padre, ha grandi occhi nocciola dolcissimi.
Orfana di padre e madre, cresciuta spartanamente dai fratelli maggiori si era trasferita a Costantinopoli con loro due anni prima. Ma la ragazzina si faceva grande e il lavoro portava spesso i Beato lontano. Non potevano lasciarla più da sola, nelle mani di una governante, sia pur fidata.
Si erano rivolti alla zia Abigail, sorella del padre che viveva frugalmente in Inghilterra.
Lei, zitella ma di spirito avventuroso, non si era tirata indietro. Aveva affidato il suo cottage e i suoi gatti a una vecchia domestica, accettando il compito e otto mesi prima si era imbarcata diretta a Costantinopoli.
Giunta a primavera, si era sistemata in un’abitazione signorile in collina non lontana dalla legazione olandese, scalzando la governante che si era licenziata e prendendo le redini della servitù tuttofare composta da due donne e un uomo. Le donne erano state istallate rispettivamente al rango di cuoca e cameriera e l’uomo promosso portiere.
Da quel giorno guidava la nipote con occhio vigile e pugno di ferro temperati da un sincero affetto.
Si era adattata facilmente a vita e abitudine della capitale ottomana, inserendosi subito nella numerosa colonia inglese.
Robertson è contagiato dall’eccitazione della ragazza. La solleva in aria come una piuma e facendola volare quasi, ma poi l’appoggia a terra, implorando:
“Oh accidenti bambina sono appena sbarcato, stammi lontana, puzzo come una fogna.” E, inalberando un cipiglio vittoriano. “Cosa diavolo ci fai qui?” interroga burbero, fissandola. Un lampo verde, inquisitore.
Secondo i fratelli maggiori è irrimediabilmente innamorata di lui e la cosa, che finora l’ha fatto sorridere, improvvisamente lo mette a disagio.
Leonilda si è tolta il mantello e il suo abito aderente di lana azzurra mette in evidenza un corpicino ben modellato, da donna. Durante la sua breve assenza sembra cresciuta, cambiata, più matura.
Lei affronta il suo sguardo senza lasciarsi intimorire e, ostentando un’espressione posata:
“Ho aperto io il tuo messaggio” risponde placida. “Antoine è ancora in Egitto e la zia era uscita per andare in visita da amici. Volevo vederti subito. Che c’è di male? Mi sono fatta scortare da Shaim, vedi” spiega, girandosi e indicando grosso turco baffuto che funge da portinaio dai Beato. Shaim allunga il collo per spiare le scena dalla porta, Amina, in piedi accanto a lui, si fa avanti abbozzando una riverenza verso il padrone…
“Et voilà!” completa Leonilda con una bella risata.
Le ordina di aspettarlo mentre si lava e si cambia poi, con la scorta del suo baffuto chaperon, la riaccompagna a casa.
Miss Beato è arrivata poco prima di loro. Lancia un’occhiata di fuoco alla nipote, rimproverandola sottovoce per la scappata, ma accoglie calorosamente il grosso inglese.
“Bentornato James. Volete fermarvi a cena?” Gli chiede subito, sfoderando le sue grazie.
“Devo declinare, non sarei una buona compagnia “confessa, nascondendo a fatica un sbadiglio “Un’altra volta magari” risponde educato.
“Domani allora” impone con decisione. “Abbiamo udito notizie terribili del fronte. E’ tutto vero?” indaga diretta.
“Tutto vero e peggio” replica amaro “Grazie per l’invito, a domani” mormora congedandosi.
Sente lo scalpiccio di passi dietro di sé, qualcuno corre l’insegue per il corridoio:
“James, aspetta” chiama Leonilda.
Robertson si ferma, girandosi. Lei lo raggiunge, abbagliandolo con il suo sorriso. Poi in un lampo, si solleva sulle punte, sfiorandogli i baffi biondi con le dita, si aggrappa al bavero della sua giacca, obbligandolo a chinarsi e gli sigilla le labbra con le sue.
“Oh accidenti ragazzina che fai?” Interroga sbalordito “Potrei essere tuo padre” afferma incollerito.
Leonilda si stacca, vola precedendolo alla porta, sembra danzare e, mentre Shaim la spalanca davanti all’inglese:
“Non importa, non conta niente, ti voglio bene” dichiara assolutamente sincera, riuscendo ad ammutolirlo.
Shaim china la testa e chiude il battente istoriato alle sue spalle, ridacchiando complice.
Mentre cammina per strada si porta la mano alle labbra, è ancora incredulo.
La mattina dopo il telegrafo gli porta un telegramma di Felix. William Russel aveva caldeggiato all’Illustraded London News le foto che avevano scattato durante la battaglia di Balaclava.
Il giornale le voleva tutte e proponeva un contratto per la durata della guerra. Se erano d’accordo, accreditava direttamente l’anticipo.
Scrive accettando. Garantisce:
‘Farò l’invio entro la settimana.’ E spedisce Amina con la risposta all’ufficio postale.
Devo muovermi, mettermi subito al lavoro, decide preso da frenesia.
Lo sapevo, le nostre fotografie sono più congeniali a Bill Russel dei ritratti patinati di Fenton, valuta mentre entra nella camera oscura.
Poco dopo le guarda. Non sono belle foto da esposizione Lo sviluppo evidenzia alcuni atti di eroismo, ma raffigura implacabile anche morte, disperazione.
La memoria di certi attimi della carneficina gli attanaglia lo stomaco.
I combattenti hanno dimenticato o stanno dimenticando faticosamente quelle immagini ma tu non potrai e non permetterai al mondo di farlo. Sono là crude ma reali, stampate sulla carta davanti a te.
Sebastopoli Luglio 1855
Piotr Veladin, il giovane ufficiale russo di guardia alla batteria, sta grondando come una fontana
Ha cercato riparo ai raggi cocenti del sole pomeridiano, sedendo su uno sgabello di legno a tre zampe accostato al muro, ma con poco successo.
L’ombra, che scivola lungo il torrione fino a bagnare le pietre infuocate, oltrepassa appena i suoi piedi. Si passa le dita nel colletto nel vano tentativo di allentare la stoffa della divisa d’ordinanza, poi si asciuga la fronte con un fazzoletto madido, scacciando infastidito il nugolo di mosche in agguato che si avventano feroci sulla preda.
Il calore, che riverbera implacabile sulle mura del bastione sud lo spinge a chiudere gli occhi.
Gli tornano a mente le parole di reprimenda del pope tanti anni prima.
‘Pentiti Piotr, è peccato Se non smetterai di toccarti andrai all’inferno.’
E’ questo è l’inferno che ti minacciava, si chiede scuotendo la testa.
“Padroncino” lo chiama il cosacco messo di guardia al cannone in pieno sole.
Macchie di sudore segnano pesantemente la sua casacca. Una pezzuola grigia di sporcizia spunta da sotto il suo berretto.
“Che c’è?” interroga continuando a tenere gli occhi chiusi.
“Il carro dei fotografi, sono venuti anche oggi” brontola l’uomo irritato.
Veladin si alza stancamente, sollevando il binocolo che porta appeso al collo e si avvicina al cannone per guardare.
Tozzo, squadrato un vecchio carro di legno dell’esercito, adibito in origine al trasporto di cibo e vino, è stato trasformato in laboratorio fotografico ambulante.
Due uomini sono scesi. sono in maniche di camicia e portano in testa ampi cappelli di paglia chiari Uno di loro è molto alto quasi un gigante, l’altro, più piccolo, sta piazzando un cavalletto, lo apre con cura e ci appoggia sopra una macchina…
Il sole alto in cielo annulla le ombre, il silenzio imbiancato è rotto solo dal verso stridulo di una poiana che traccia lenti cerchi concentrici sopra le loro teste
Un ottimo bersaglio. Perfetto!
“Li vedo, sempre loro. Sulla copertura del carro c’è scritto Robertson & Beato fotografi”
Il cosacco che non sapeva leggere annuisce e, sorridendo compiacente, si toglie il berretto stropicciandosi la testa con la pezzuola.
“Sono a tiro, sono degli impudenti, basta! Spara, falli correre ” ordina l’ufficiale a denti stretti.
“Agli ordini” risponde il cannoniere rimettendo in testa la pezzuola. Si calca il berretto con la mano, prima di controllare l’alzo del cannone e puntare con cura.
“Prendete questo” commenta cattivo, facendo fuoco.
Il boato da l’avvertimento. Il proiettile si libra veloce in aria, fischiando.
“Tirano su noi, mettiamoci al coperto” ingiunge James Robertson buttandosi a terra.
Si rotola per qualche metro, finendo fuori vista, oltre il crinale. Felix Beato non perde tempo e lo imita.
Il proiettile rimbalza più volte pesantemente, esplodendo a pochi metri dal carro. Un nuvola di pietrisco e polvere si solleva alta e fitta, accecandoli.
“Maledetti, c’è mancato poco” ruggisce il gigante inglese.
”Puoi ben dirlo,” conviene Beato ripulendosi la faccia dalla polvere..
La mano di Robertson invece corre al collo, al medaglione con la foto di Leonilda e lo stringe.
La pendola batteva le sette, inflessibile. Leonilda si era alzata dal letto, coprendosi con una veste leggera di tela, mentre lui si vestiva frettoloso.
Sembrava così giovane, sperduta. I lunghi capelli biondi scompigliati dall’amore le scendevano fino alla vita.
Gli piaceva accarezzargli, affondarci il volto quando si allargavano a corolla sui cuscini, smascherando la sua tenera cedevolezza.
“Chinati e non perderlo” aveva ingiunto agganciandogli la catenella che reggeva il medaglione.
“Lo terrò caro” aveva borbottato commosso.
“Prometti e pensa a te” aveva comandato con voce roca da padrona.
“Prometto”aveva garantito.
Le sue labbra erano vicine. Si era chinato per l’addio assaporandole. Poi:
“Debbo lasciarti ora, ma tornerò presto” .
“La tua nave non aspetta. Vai o farai tardi” aveva risposto con gli occhi lucidi, allontanandolo da sé.
Non sei più solo, devi pensare a lei ora, ricordalo. Basta con gli eroismi, si ingiunge.
Si sposta appena, quel tanto da poter guardare ingobbito oltre il crinale e:
“Il carro è intatto, ma forse è meglio rinunciare per oggi” suggerisce prudentemente .
Felix non risponde e invece alza gli occhi, scrutando il cielo.
Qualche nuvola di caldo solca l’orizzonte. La poiana di prima è scomparsa, ingoiata dal cielo. L’aria è pesantemente calma, ma limpida.
Il cannoncino sul bastione tace. Appagato dalla nostra paura? si chiede. Probabile, decide.
“No la luce è perfetta, continuiamo” dichiara spavaldamente. “Siamo qui per fotografare il forte.
Si mette in piedi, scuotendo con le mani la polvere dai pantaloni e torna dietro al cavalletto.
Piotr Veladin osserva la manovra prima di abbassare lentamente il binocolo. Un leggero sorriso gli piega le labbra.
Non si può dire che gli inglesi non abbiano fegato, ammette.
“Devo tirare ancora?” Chiede il cosacco imbaldanzito dal primo colpo.
“Lasciali fare, risparmia le munizioni” ordina.
j @ luglio 4, 2008
