Strategie Alternative 2
Capitolo 4 di Aldo Ardetti
6 novembre 1854, Simferopoli
Dopo qualche ora si ripetè la stessa scena in quel vicolo dietro la moschea di Sinferopoli. Stesse parole e segni di intesa. Stesso rituale, stesso sputo. Chi ha bussato a quel portone non è William Russell ma un altro straniero, longilineo con un cappuccio che copre la testa e parte del viso dai tratti delicati, quasi femminei.
Ora è il vecchio dai denti gialli a dover passare di mano la busta spingendo, non senza qualche sforzo, la pesante anta del grande portone dopo aver assolto al suo compito.Al riparo di una camera in un bellissimo palazzo del centro città l’uomo, per la fretta di leggerne il contenuto, con decisione apre la busta: ”Egregio SP, ciò che sta accadendo sul Mar Nero potrebbe accadere anche nel cuore dell’Europa”e, qualche riga più giù: ”Siamo convinti che qualcuno covi gli stessi interessi, pensi agli stessi piani espansionistici che sta sognando la Russia in questa altra parte del mondo”L’uomo abbandonò il foglio e diresse lo sguardo verso la finestra senza mirare qualcosa di preciso. Poi, dopo quella pausa che partorì alcune riflessioni, riprese a leggere: ”Oltre ai pericoli interni è necessario frenare il vento ostile proveniente da est che già calpesta la terra padana e le province venete.” E concludeva: ”Per i dettagli l’aspetto questa sera al Caffè Centrale. FM.” E fu sera. In centro le ore del vespro erano illuminate dai lampioni. L’uomo trovò con facilità il locale; entrò e, dopo essersi presentato, chiese con discrezione al primo cameriere se c’erano informazioni che lo riguardassero. Si diresse verso un separè dietro il quale era seduta una persona con una lunga e folta barba che si alzò per stringergli la mano. ”Benvenuto in guerra, signor Pantuffi.” ”Eh, non potevo lasciare il divertimento tutto per voi” replicò Sebastiano Pantuffi con ironia. ”Dovete scusarmi ma quando mi hanno comunicato che il rappresentante del Regno di Sardegna era giunto in città ho pensato che fosse necessario incontrarla con una certa urgenza. Capirete il perché di questo invito repentino.” Russell aveva capito che qualcosa di importante bolliva in pentola. La cortesia richiesta per recapitare quella lettera lo aveva insospettito. Fedor, da parte sua, non aveva voluto che Pantuffi e Russell si incontrassero. Non era materia per i giornali, semmai per i futuri libri di storia. ”Sono curioso di sapere come è possibile che i vostri timori siano gli stessi del nostro presidente del Consiglio dei Ministri.” ”Mah, con alcuni amici – alcuni incontrati per destino della vita – si parla, si discute e si fanno illazioni e pronostici. Qui, anche se viviamo a margine di certi eventi, siamo informati su tutto: frequentiamo giornalisti, conosciamo ciò che si dice nelle nostre rispettive madrepatrie.” ”Non posso darvi torto, contestare la verità. Dunque è vero ciò che si dice in Europa?” ”Purtroppo è tutto vero ma avremo modo di parlarne.” ”Non vi nascondo che c’è fermento per iniziare quel progetto che è nei nostri pensieri da gran tempo. Un desiderio che trasformerà un regno in una grande idea nazionale.” Sebastiano Pantuffi aveva la sensazione che l’interlocutore sapesse molto di più di ciò che diceva. ”Intanto fate bene a rimanere sul carro degli eroi vincitori a Balaklava. Vincitori morali ma pur sempre vincitori se il nemico è arretrato all’acquedotto e al Cernaia. Credo che questa villeggiatura durerà ancora per un bel po’ e la situazione s’è fatta complicata e delicata ma nello stesso tempo più chiara. Avremo tempo per discuterne. Adesso ceniamo, siete mio ospite.”
10 novembre 1854, Balaklava
Nonostante una leggera emicrania, Fedor Michailovic volle incontrare la Duchessa Marina Seminova. Le fece recapitare due righe ma fu ella a pregarlo di raggiungerla. Si recò quindi a Capo Saryc e quando varcò l’ingresso della villa – guarnita di porcellane, quadri e una miriade di piccoli altri tesori – Fedor capì perché la Duchessa aveva preferito essere raggiunta.
“Qual è il motivo di questo precipitoso incontro” chiese la Duchessa nel suo comodo abbigliamento.
Fedor riferì le ultime novità: era stato informato dall’intelligentia dell’arrivo del Pantuffi e del motivo che lo avevano condotto in terra di Crimea in un momento difficile ma utile al disegno politico del proprio paese.
“E io cosa c’entro in tutto questo?”
“Sarebbe utile riunire alcune persone per parlarne. Finita questa guerra avranno bisogno di tutto l’aiuto possibile per riavere il maltolto.”
“E dovremmo pensarci noi? Scusate, ma ancora non riesco a capire!”
“Certo, non vogliono l’aiuto gratuitamente. Come ben sa sono presenti con un loro piccolo esercito a dar manforte…”
“Appunto, io dovrei essere dall’altra parte.”
“Forse avranno bisogno anche dei vostri. La forza eviterà le maniere forti e risolverà il problema per le vie diplomatiche. Si spera!”
“Chi dovrebbe essere presente a questa riunione?”
“Oltre noi sarà sufficiente Beria e il nuovo arrivato.”
“Cosa possiamo fare noi quattro?”
“Non siate modesta. Voi, Duchessa, avete conoscenze nel comando russo nonché inglese mentre Beria conosce Lord Cardigan. Il signor Pantuffi penserà al versante francese.”
Fedor Michailovic ebbe un istante di sospensione, fece una pausa: sembrava aspettare qualche osservazione o domanda di spiegazione che non arrivò.
“Si tratta di ringraziare i piemontesi convincendo gli austriaci a rientrare a casa loro. Anche noi avremmo il nostro tornaconto”. Fedor non specificò quale fosse.
La Duchessa Marina Seminova compose un sorriso complice. Per un attimo Fedor si sentì disorientato fino ad illudersi di poter tornare a rivivere il passato. Nonostante l’iniziale disagio quasi timidezza, cedettero ai sensi in attesa di giocare un’altra partita: una partita più importante di una mano a biritch.
I modi di Fedor tornarono ad essere non indifferenti e il corpo di lei prese a palpitare e si ritrovò tra le braccia dell’ex amante. Sentì bloccarsi il respiro e il cuore fermarsi. “Chi l’avrebbe mai detto? Quanto tempo era trascorso!”
Ne erano quasi spaventati ma si riscoprirono pieni di fascino.
Chiuse gli occhi e le sembrò di sognare: Fedor le apparve il gentiluomo attraente di una volta.
Ci fu un attimo in cui voleva urlare di gioia ma si trattenne per arrivarci gradualmente. Era difficile in quel momento esternare i propri sentimenti, costruire giochi di parole. Era pura e semplice paura.
Dopo tanti anni capivano cosa avevano pagato per non aver preso una decisione finale. La leggerezza con la quale avevano vissuto il loro rapporto. “Non ci abbiamo creduto!” dissero quasi all’unisono. Non recitavano mentre provavano le vecchie scosse del desiderio.
Da molto tempo non provava quella sensazione, un trasporto di nobile passione. Le mani si tuffarono tra i capelli e ad entrambi – tra meraviglia e stupore – balenò il pensiero “Siamo ancora innamorati o è il richiamo della carne?” Non era importante sciogliere il dubbio in quel momento.
Tra le carezze si denudarono lentamente per il calore che andavano sprigionando. Con lo sguardo Fedor individuò la camera nella quale, prendendole la mano, la condusse con un leggero vortice di valzer per poi adagiarla delicatamente sul morbido cuscino dove non si stancò di baciare le morbide labbra, di baciarla tutta. Capiva di avere la fortuna di poter amare – ancora una volta – una donna affascinante, una dolce tigre nella quale lei amava trasformarsi.
Ed ella sapeva che sarebbero andati fino in fondo. Lo voleva, lo desiderava perché troppe volte aveva accettato la… solitudine. Sicuramente non era una casualità. O forse sì? Seguirono finti sguardi irritati mentre lei faceva vedere gli strati di merletti, pizzi e ricami. Quando fu consapevole, uscì dal letto, si alzò buttandosi addosso una vestaglia e raccolse i capelli. La sua vita era cambiata: ora aveva Beria e il tempo aveva, nel bene e nel male, regalato altre esperienze, fatto fare altre scelte, tradito e fatto tradire. Per questo nessuno aveva nulla da perdonare o farsi perdonare. ”È stato bello – disse con la difficoltà di nascondere una smorfia di commozione – Mi è sembrato di tornare indietro negli anni ma è meglio svegliarsi e interrompere il sogno. Non illudersi ancora una volta.” Lo disse come persona rassegnata, vittima del proprio destino, della propria vita spesso scelta da altri. Non si guardarono più negli occhi. ”Forse, se avessimo avuto un figlio…” ”Sì, un figlio mai nato…”, la risposta fece più male di un pugno allo stomaco. E lo disse mentre il cervello di lui viaggiava in una confusione totale e il cuore batteva ancora impazzito.
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ll capitolo 4 di Patrizia Debicke van der Noot
5 novembre Ospedale inglese vicino a Balaklava.
Nella piazza del mercato di Simferopoli un fremito percorre la folla. Il mormorio è un crescendo impetuoso come un torrente in piena, che dilaga incontenibile. Bill Russell si ferma, ascolta e finalmente riesce a capire. Le voci parlano e raccontano di una nuova grande battaglia per Sebastopoli. I russi sotto il comando del generale principe Mensikoff attaccano a Inkerman e inglesi e francesi si difendono. Oh diavolo e tu sei qui, impreca. La sua occasione di oggi, il suo pezzo a sorpresa dovrà attendere. Bisogna tornare… Ritrovare la strada? E’ facile: prima a destra, affretta il passo, poi a sinistra sì è questo il vicolo con i panni che pendono stesi ad asciugare. Gira ancora a sinistra ha un attimo di esitazione, poi… ma sì ecco, là in fondo sempre a sinistra la strada alberata che porta alla rimessa. Fa gli ultimi metri quasi di corsa, affannato, e supera la porta. “Il mio cavallo” ingiunge a un monello cencioso di guardia. Una moneta scivola nella piccola mano callosa, abbrunata dal sudicio, e Russell balza in sella. Poco fuori dell’abitato, di nuovo la nebbia che marca pesantemente la zona dal mattino.Rallenta per seguire la carreggiata. La strada è quasi deserta, ma si scorge a fatica il ciglio che si annulla nell’erba ingrigita e sfinita. Incrocia un carretto trainato da una bestia scheletrita che assomiglia appena a un cavallo. Sopra, un uomo che lo fissa ammutolito. “Balaklava” chiede, tentando di spiegarsi. Quello china la testa, non parla, ma alza il braccio indicando dietro di sé e prosegue, dileguandosi nel nulla biancastro. Ma man mano che si avvicina alla tendopoli inglese, il traffico aumenta, quasi una fuga nella direzione opposta: asini con il loro basto, carico di masserizie, povere famiglie a piedi. Nell’accampamento deserto viene accolto dall’abbaiare di uno dei cani, eletto a mascotte dai soldati. Il bastardello peloso gli corre incontro, scodinzolando il suo benvenuto. Lo gratifica con una carezza distratta. Un fodero dimenticato giace a terra, abbandonato nella fretta di andare. Le tende si stagliano appena nella bruma caliginosa, che trasuda umido vischioso. Rabbrividisce, raggiunge la cucina. Deve trovare qualcuno. Entra e chiede. Un addetto alla mensa sa poco o nulla. “Vada all’ospedale” suggerisce ” I feriti cominciano ad arrivare. Avranno notizie fresche”. L’ospedale è all’altra estremità del campo, distante almeno mezzo miglio. Rimonta a cavallo. Entra nell’astanteria ma anche quella è deserta, chiama, si annuncia gridando, fa per uscire e invece: “Bill Russell, siete voi?” chiede una voce sconosciuta. “Sì, chi mi cerca?” risponde. La tenda è immersa nel buio. Distingue appena una sagoma che si staglia contro l’uscita: “Sono James, Jim O’Leary. Ricordate? Eravate amico di Francis, mio fratello. Sono Jim, ora sono un medico, un maggiore medico.” Ma certo, pensa: Jim O’ Leary, il fratello minore di Lord Person. “Diavolo Jim come no, fatti vedere”. Lo raggiunge, lo trascina alla luce. Era un bambino magro, timido, lo ritrova uomo fatto, espressione decisa, capace, trent’anni almeno, più alto di lui di cinque dita. Nell’esercito, ma dottore. Qualcuno che sa ciò che vuole, giudica. “Ricordo, diavolo! Benvenuto alla guerra, dottor O’Leary? Ottimo! Quando sei arrivato?” chiede, passando alla confidenza. “Due giorni fa con una nave francese. Ho il comando di questo ospedale. Ti ho cercato, mi serviva aiuto. Hanno riferito che non c’eri.” “Giusto, ero a Sinferopoli, il lavoro…” bofonchia, quasi una scusa: “Benvenuto Jimmy. Dammi la mano.” “Aspetta” si schermisce il giovane. A ragione: dorso e palmo sono rosse di sangue e il largo grembiule di tela bianca che gli nasconde camicia e pantaloni è pesantemente maculato. Si dirige verso un secchio, rovescia dell’acqua da una brocca. Prende un pezzo di sapone e si lava. Solo dopo gliela porge. “Non so chi sia quell’ imbecille che ha piazzato un ospedale qui. Polvere e sporcizia la fanno da padrone e soprattutto l’acqua è un problema, troppo lontana!” “Dovresti vedere gli altri” commenta Russel, malevolo. “Non dubito, ma per questo si farà a mio modo” dichiara O Leary. “Siamo già pieni di feriti, tra un po’ sarà il caos, devo trovare un’altra soluzione.” “Benvenuto in Crimea, amico. L’inferno è appena cominciato” conferma Russell. Non resiste tira fuori la borraccia, fa per bere un sorso. Il giovane gliela toglie di mano, l’annusa e protesta: “Cosa diavolo è?” “Vodka, quanto passa il convento.” “Non rifiuterai del vecchio buon Jameson. Offro io” dice O’Leary, passandogli la sua. Il sapore melodiosamente familiare gli riscalda la gola. Assapora un lungo sorso: “Nettare puro, ci voleva.” Poi lo interroga: “Cosa sai della battaglia?” “Abbastanza. I russi hanno fatto l’errore di non essersi coperti le spalle. Vogliono riparare, assicurandosi un punto chiave per difendere la fortezza. Hanno attaccato, cogliendoci di sorpresa con la nebbia a fare da padrona, ma i nostri resistono. Vedremo.” “Dove?” “Sopra Balaklava, la battaglia continua. I giochi si faranno alla fine…” “Voglio raggiungerli.” ” Se vai in direzione di Careenege, forse puoi farcela.” Ci pensa su e poi decide: “Vado.” “Aspetta, devo spostare l’ ospedale oggi stesso, trovare un altro posto, l’acqua è vitale .” O’Leary ha fretta. “Conosci la zona, forza dammi un’idea.” “Capo Sarye, zona verde, salubre, non è lontana da qui. Vai dalla duchessa Seminova, a nome mio. Chiedi alle cucine del campo e fatti accompagnare” suggerisce. Capo Sarye I capelli bianchi incorniciano morbidi il volto fine, allungato, di Marina Seminova, facendola miracolosamente più giovane.” Il medico inglese seduto davanti a lei viene a nome di Bill Russell, si dichiara suo amico. Ha accettato di riceverlo nel salottino del pianoforte che guarda il mare. Lo studia attenta. Appartiene a una buona famiglia, si vede. E’ educato, estremamente persuasivo. Parla perfettamente francese e ha sollecitato il suo aiuto con estrema gentilezza. La sua divisa è in ordine, meticolosamente abbottonata, ma sgualcita. Una macchia di sangue – la battaglia infuria e O’Leary, così ha detto di chiamarsi il maggiore, viene direttamente dall’ospedale – lede il niveo nitore dei suoi pantaloni. Decide di ignorarla e riporta l’attenzione sull’interlocutore. Un lieve sorriso piega le sue labbra sottili: “Dite, se posso”. “Bill Russell crede che possiate fare qualcosa per me. Mi serve un posto per l’ospedale, per i feriti e gli ammalati che verranno. A Balaklava abbiamo solo polvere e sporcizia. Molti non avranno scampo” spiega con voce ferma. “Ma io, la villa…” “Perdonate duchessa, non la villa, non chiedo tanto. Un po’ di spazio per le tende da montare vicino all’acqua e, se ne avete, dei locali vicini.” “Dagli la serra. E’ molto grande, a noi non serve, c’è acqua a volontà e il terreno è pianeggiante” ordina suasiva la voce di Beria. Ha sentito il cavallo, il suono del pianoforte della madre si è interrotto. E’ scesa a pianterreno. I servitori l’hanno informata della visita improvvisa del nuovo dottore inglese. Sta ascoltando e spiando da qualche minuto. Lo sconosciuto l’incuriosisce e l’ attira fisicamente. I capelli castani, il profilo da medaglia. Il volto è glabro, raro di quei tempi, maschio, interessante, illuminato da vividi occhi azzurri. Si fa avanti leggera, aerea, bellissima. “Dici bene bimba mia. D’ accordo maggiore, sarà la serra” acconsente sua madre. “Vi ringrazio” dice l’ ufficiale medico, scattando in piedi come una molla. “Mia figlia Beria, maggiore O’Leary” mormora la duchessa, presentandolo poi alla ragazza: “Il dottore è un amico del nostro giornalista.” “Di William?” canta la sua voce dolce. O’Leary fissa ammaliato, sbalordito, i finissimi tratti mediorientali. Gli occhi grandi castani, appena a mandorla, sono punteggiati da pagliuzze dorate. “Si Mademoiselle Seminova, come voi dite.” Beria accompagna l’ospite alla porta. Gli porge la mano. James O’Leary se ne impadronisce e la stringe. Oh dannazione, guardala, è giovanissima, un incanto. Si controlla, costringersi a lasciarla: “Grazie a voi e a vostra madre. A presto” mormora. Marina Seminova è tornata al pianoforte. Beria le va accanto, le sfiora i capelli con le labbra. “Bimba mia. Un ospedale…Gli inglesi saranno sempre qui. Credi sia una cosa giusta?” chiede dubbiosa. “Lo credo” risponde Beria, granitica. “Forse, ma i giochi di potere comportano rischio, dovrai stare sempre sul chi vive” la duchessa. “Te lo prometto” assicura. Avresti dovuto saperlo, gli altri sono pupazzi nelle tue mani, ma lei, tua madre, lei no! Sa e approva? Ma il medico? Cosa farai con il medico? si interroga, intrigata suo malgrado. 8 novembre Ospedale inglese a Capo Sarye Il maggiore James O’Leary, non aveva perso tempo dimostrando il suo genio organizzativo. La mattina del sei novembre aveva fatto arrivare a Capo Sarye i primi carri ospedale che trasportavano tende, parte delle provviste, bende, medicine. La sera stessa le prime tende erano montate. Con l’offerta di tre tavole della duchessa, la serra si era già trasformata in astanteria. I primi feriti con due medici e parte degli infermieri erano stati trasferiti il 7 e nella mattina dell’8 novembre era stata la volta del resto dei feriti, compresi i russi. Il comandante medico del campo arriva con gli ultimi. Fedor Michailoviv sa che il suo tempo è finito. Gli inglesi l’hanno raccolto, qualcuno ha curato la sua piaga, ma ormai non serve più… E’ rimasto senza conoscenza a lungo. Ha vaneggiato per ore, ripetendo le stesse cose. Qualcuno, un dottore, chinandosi su lui, ha riconosciuto un nome, il ferito era fuori di sé, chiamava: “Beria, Beria, piccola mia”. Poi ha aperto gli occhi, sussurrando di nuovo: “Beria, Beria…” Il biglietto portato nel pomeriggio da un inserviente turco dell’ospedale è per Mademoiselle Seminova. Beria l’apre. È del dottore. Recita testualmente in francese: ‘Gentile Mademoiselle Seminova, Vi chiedo la carità cristiana di visitare uno dei nostri feriti. Non credo che passerà la nottata. Vi aspetto tra un’ora nell’astanteria. Vi accompagnerò personalmente al suo capezzale’. Firmato: Maggiore James O’Leary. L’ appallottola nervosamente. Cosa? Perché? Si chiede inquieta, ma reagisce, raddrizza le spalle. “Un momento” mormora al messaggero. Siede alla scrivania, prende la penna, verga la risposta: ‘Verrò’ firma. James O’Leary si è lavato le mani, togliendosi il grembiule insanguinato, ma l’accoglie senza giacca. Le maniche della camicia, rimboccate fino ai gomiti mostrano degli avambracci forti, coperti di peluria fitta, scura. “Grazie di essere venuta” dice e sorride. Quel sorriso costa caro: Beria si perde a sognare di stare nelle sue braccia. Il maggiore continua a parlare: “Il morente è un russo. Si chiama Fedor Michajlovic. Sembrava chiamare il vostro nome. ” “Fedor, oh Signore!” Si porta la mano alle labbra. “Non temete Mademoiselle Seminova. Non vi interrogo, non voglio…. Un medico è come un confessore” dichiara con riservatezza. “Mia madre oh… Non dovrei dire questo…. Ma ecco credo sia mio padre” confida lei timida, abbassando la testa. Lo sguardo di O’Leary si vela di pietà. “Andiamo, potrete dirgli addio.” Le offre il braccio e l’accompagna. L’accampamento è fatto di tende circolari messe in fila religiosamente come tanti soldatini. Inservienti, infermieri, medici vanno e vengono operosi. Trovano Fedor Michajlovic in una delle più lontane. Ha gli occhi chiusi, il suo respiro è rantolante, affannoso. Le brande vicino a lui sono occupate da altri feriti incoscienti. Tetre anticamere della morte. “Non ne avrà per molto, temo” diagnostica serio il dottore. “Michajlovic, mi sentite?” chiede, ma il ferito non risponde, non reagisce. O’Leary prende un panchetto, l’avvicina al moribondo, lo indica alla ragazza. “Vi lascio sola, provate voi” suggerisce, allontanandosi con discrezione. Beria prende quella mano inerte, la stringe forte, si china e sussurra: “Fedor, sono io, Beria. Mi senti? Parlami!” “Beria, Beria” vaneggia il ferito. “Fedor mi senti? Devi dirmi qualcosa?” ripete. Il morente apre gli occhi, un lampo li attraversa: “Beria ascolta…” Ogni parola è affanno, sofferenza, poi dopo un ultimo rantolo tace e abbandona la testa all’ indietro. “Maggiore, maggiore” grida Beria Seminova, giungendo le mani. James O’Leary è delicato, si fa suo cavaliere e l’accompagna sostenendola fino a casa. “Non entro, immagino che dovrete…” mormora gentilmente, lasciandola davanti la porta. “Maggiore O’Leary, vi sono grata, siete un vero gentiluomo”. Gli porge la mano, lui la prende. “Mio dovere.” Due parole, pesanti come macigni. Gli lascia la mano, scrutandolo, lui sorride incerto e l’imprigiona in una morsa. “Ora vado ma voi…” la sua voce è poco più di un bisbiglio. Si solleva sulle punte, l’inglese è alto, appoggia le labbra sulle sue. “Vi prego, venite da me stasera, vi aspetto” ordina imperiosa.
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Capitolo 5 di Antonella Sacco
notte fra 6 e 7 novembre 1854 – Simferopoli
Russell, insonne nonostante l’alcool ingerito, ripensa alle ore appena trascorse, cercando di interpretare il comportamento dei suoi ospiti. Dopo aver manifestato timori e sospetti la duchessa e, di conseguenza, Fedor, che – lo vedrebbe anche un bambino – beve ogni sua parola, aveva cambiato atteggiamento, trasformando l’incontro in una serata mondana. Aveva fatto chiamare Beria e aveva sfidato lui e Fedor a carte.
“Quando c’è qualcosa che mi preoccupa, una mano a biritch mi aiuta a fare chiarezza.” Con questa scusa la duchessa aveva introdotto la partita, pronunciando la frase con tono volutamente leggero e il giornalista si chiede se la donna aveva inteso nascondere i propri timori a lui, pentita delle parole dette poco prima in cui accennava al doppio gioco oppure se davvero era capace di gestire i propri sentimenti con la ragione.
Se lui, Russell, era rimasto stupito dalla proposta, Fedor lo era stato ancora di più, ma solo per qualche istante: aveva subito dissimulato la sorpresa e ridotto l’accaduto a un semplice disguido, accogliendo l’idea della duchessa come il seguito naturale di quell’incontro nella villa.
L’istinto aveva detto a Russell che la mancata consegna della busta rappresentava un fatto importante, ma aveva finto di accettare le spiegazioni della sua ospite e di Fedor: prima di porre domande vuole riflettere e cercare, se possibile, informazioni. Perciò tornerà nel vicolo dietro la moschea. Difficilmente troverà qualche indizio, ma per ora non ha altri elementi.
Anche Beria è stata, come sempre, difficile da decifrare: taciturna per tutto il tempo, mentre i suoi occhi splendevano e non perdevano un gesto, una parola. Il giornalista è uno dei pochi che non sia affascinato dalla giovane, per quanto riconosca che il suo corpo è morbido e flessuoso e i suoi lineamenti perfetti. Disteso nel letto si chiede se davvero è figlia della duchessa, come la Seminova afferma, le due non si somigliano affatto, l’unica cosa che hanno in comune è l’atmosfera che si crea con la sola loro presenza, sufficiente a turbare l’immaginario maschile. Lui è uno dei pochi che non si sente attratto da nessuna delle due, frequenta la duchessa perché nel suo salotto si possono fare incontri interessanti.
notte fra 6 e 7 novembre 1854 villetta di Capo Saryc
Marina Seminova mescola ancora le carte e rigirandole una ad una comincia un ennesimo solitario. Da quando il giornalista se n’è andato e Beria si è ritirata in camera lasciandoli soli, lei e Fedor non hanno scambiato una parola.
La duchessa sistema una carta dopo l’altra e pensa. Chi si è impadronito della busta? Quale dei possibili nemici? E Russell, è davvero incorruttibile come sembra? Se invece fosse proprio lui a condurre il doppio gioco? È così insospettabile da essere sospetto. Sembrava una buona idea affidare a lui, un inglese, il messaggio, ma forse avrebbe fatto meglio a lasciare che fosse Fedor a portare a termine il compito, come si era offerto di fare. Lui le siede davanti, in silenzio. La guarda, ma sembra non vederla. Il destino è davvero strano, in fondo: tra tutti gli uomini che ha amato e lasciato, Fedor è l’unico che continua a entrare e uscire dalla sua vita, anche se non più da protagonista come la prima volta. La sua stessa predizione si è avverata, è successo quello che gli aveva scritto, un po’ per crudeltà un po’ per consolazione, sul retro della pezzuola di cuoio con cui gli aveva detto addio tanti anni prima: resterai sempre legato a me.
La duchessa non riesce a reprimere un moto di stizza: dopo aver perso – incredibile – a biritch, neanche questo solitario le è riuscito, stasera le carte non l’amano. Un cattivo presagio? Le lascia sparpagliate sul tavolo e si alza.
Fedor, solo allora, parla:
“Sfortunata a carte… chi è lui?” Una domanda per farsi male, come sempre. C’è sempre stato qualcuno, dopo allora, dopo di lui.
Marina non risponde, si limita a congedarlo:
“Sono stanca, Fedor. Buonanotte.”
La sua voce che pronuncia sommessa il suo nome lo accompagna per il resto della notte, alimenta la folle speranza che sotto la cenere un scintilla palpiti ancora…
7 novembre 1854 villetta di Capo Saryc
La mattina, svegliandosi, Beria è soddisfatta: tutto è andato secondo i piani. E, per di più, grazie all’aiuto, sia pure inconsapevole, proprio di Russell. Beria lo detesta profondamente, non tanto perché il suo fascino non fa la minima presa su di lui, quanto perché è il tipo d’uomo nella cui corazza non riesce a scorgere incrinature. Beve, certo. Ma sembra che questo più che una debolezza costituisca per lui un punto di forza. E lei non se ne capacita, vorrebbe vederlo crollare, come Fedor con sua madre, come Cardigan nelle sue braccia. Perché? Perché è così che deve essere… Comunque sia è stato un suo strumento e questa è una piccola rivincita.
La luce del giorno ha dissipato i dubbi della sera precedente. Non si priverà dell’amicizia di lord Cardigan, perché mai dovrebbe farlo? Non si priverà di niente e farà quello che va fatto, come sempre. Del resto, non è colpa sua se gli uomini le confidano i loro segreti, se l’alcova è un luogo tanto idoneo alle confessioni. Solo con James l’amore è silenzio. Di lui conosce solo il nome, ed è sicura che non sia quello vero.
Dovrà vegliare che niente e nessuno facciano del male a sua madre. Il vincolo affettivo che unisce la giovane all’altra è più forte, se possibile, di quello che sarebbe se fosse di sangue: sono madre e figlia, figlia e madre, sorelle, a volte amiche, mai nemiche. Marina sembra invulnerabile, ma Beria sa che non è così, non sempre almeno.
Quando scende per la colazione la madre è seduta al tavolo e sorseggia il tè.
“Avrei dovuto lasciare che fosse Fedor a consegnare il dispaccio. Adesso l’inglese metterà il naso dove non dovrebbe.”
“Come fai a saperlo?”
“Lo so.”
Beria si versa del tè. Dunque Marina è convinta che il giornalista non intenda rassegnarsi ad essere stato uno strumento… comunque non c’è niente di cui preoccuparsi, il messaggio è giunto nelle mani giuste, certo non quelle cui era destinato dalla duchessa, e nessuna traccia può condurre Russell al proprietario di quelle mani.
“Potresti…” iniziò la madre.
“Cosa?”
“Mostrare un improvviso quanto profondo interesse per la stampa inglese.”
“Russell mi odia, lo sai.”
“Più ti odia più ti amerà. È così che funziona.”
“Stavolta no. Io odio lui. E non potrò mai fingere di interessarmi a qualcosa che lo riguarda.”
Il tono di Beria non ammette discussioni, la duchessa sospira ma non insiste, troverà un altro modo per distogliere il giornalista dai suoi affari… Non ha la giovinezza della figlia, ma neppure troppo vecchia per il gioco della seduzione.
————————————————————————————–Capitolo 5 di Aldo Ardetti
Porto di Balaclava
In abbrivio il brigantino italiano fendeva le acque della baia. Aveva ammainato le vele e si apprestava alla manovra di approdo senza alcun fanale di segnalazione, protetto dalla notte e accompagnato dal lento sciabordio delle onde sulle fiancate.
La linea di galleggiamento pescava molto nell’acqua di colore della pece macchiata dai riflessi lunari. Era stato imbarcato il massimo carico che il veloce veliero poteva garantire: un carico al quale molti erano interessati. Venne gettata l’ancora per l’attracco a un molo isolato, posto all’estremità del piccolo porto di Balaclava sul quale sostavano tre figure vestite di scuro che si confondevano con il buio delle prime ore della notte. Due marinai saltarono sul pontile per dedicarsi all’ormeggio passando le gòmene a strozzare le bitte di poppa e di prora.
“Salve comandante”, ruppe il silenzio una voce maschile proveniente dalla banchina “Avete fatto buon viaggio?”
“Liscio sull’acqua. Veniamo alle presentazioni: sono il comandante Berthold Huber e vicino a me il responsabile del carico, l’onorevole Sebastiano Pantuffi.”
“Sono Fedor Michailovic, la Duchessa Marina Seminova e la signorina Beria.”
Ecco chi erano le tre persone misteriose: le uniche che conoscevano il contenuto della lettera che doveva essere consegnata in quel vicolo dietro la moschea di Simferopoli, che si era persa e ritrovata per intervento di Beria. Una missiva che anticipava l’arrivo via mare dei rifornimenti giacché si prevedeva l’intensificarsi dei combattimenti.
Cominciava a delinearsi il motivo della presenza di alcuni personaggi sul suolo di Crimea.
“E voi, tutto a dovere secondo gli accordi? Le carte sono con voi?”
“Sì! Il carico è quello richiesto?”
“Non c’è un millimetro vuoto nel ventre di questo legno.”
“Bisogna scaricare in fretta prima che faccia giorno, prima che cambi il turno di lavoro.”
“Dunque, cosa ci avete portato?”
“E’ tutto in questo elenco: nuovi moschetti, nuove carabine con la canna rigata. Proiettili e polveri. Armi leggere, armi corte. C’è anche un certo numero di proietti per cannone.”
La banchina si riempì di figure: sembrava un palcoscenico affollato da mimi. Scesero alcuni marinai che, raggiunti da altre persone, iniziarono lo sbarco del materiale mentre lentamente si avvicinavano alcuni carri trainati da cavalli da tiro e muli e, in fondo al piazzale, si intravedevano uomini in divisa con fez zuavo.
La presenza del veliero in quelle acque era alquanto assidua e regolare: era il suo carico ch’era meglio nessuno verificasse. Tempo addietro era capitato un incidente diplomatico ma si era risolto egregiamente facendo scivolare una busta piuttosto ‘imbottita’ nella saccoccia di un ispettore del porto.
Ci volle del tempo prima che le stive fossero completamente vuotate. I carri fecero più volte lo stesso tragitto dopodiché la merce si mise in viaggio prendendo direzioni diverse secondo decisioni prestabilite.
Fedor Michailovic propose di festeggiare l’affare concluso ed andato a buon fine in un locale della città – forse l’unico – che, senza spreco di fantasia, era stato chiamato “Trattoria-Pensione Balaclava”.
Si accomodarono intorno ad un tavolo di legno massiccio.
“Quando pensate di salpare l’ancora, Comandante?” esordì la giovane Beria.
“Il tempo di respirare brezza di terra, toglierci un po’ di sale dalla pelle.”
“Cosa si dice in giro, voi che visitate il mondo?” chiese curiosa Marina Seminova.
“Tempi difficili. Si respirano venti di guerra e di rivolta anche ad ovest. Si ha l’impressione di essere seduti su un barile di polvere” intervenne pensieroso Sebastiano Pantuffi.
“Qui è da Sinope che non c’è pace. E chissà quanto ancora durerà anche se noi non possiamo certo lamentarci” sentenziò Fedor Michailovic, strizzando un occhio.
Non ci furono domande su viaggi futuri per non creare disagio.
L’euforia rendeva chiassosi gli uomini che avevano svuotato diverse bottiglie.
“Conosco la Duchessa Marina Seminova la cui fama ha attraversato i mari” esordì il comandante Huber.
“In che senso famosa?” chiese istintivamente Fedor.
“Come la zarina del piacere” riprese Huber pensando che la festa potesse finire con un dessert allettante “E la signorina Beria è la figlia? Dovrei pensare che tale mutter tale tochter?”
Nell’esibire il linguaggio d’origine il comandante Huber non si rendeva conto fin dove aveva toccato.
“Cosa intendete?” continuò Fedor tra lo stupore generale “Vi invito a chiedere scusa alle signore.”
“Cosa vi salta in mente Comandante. Ha ragione Fedor Michailovic, dategli ascolto: chiedete scusa alle signore!” aggiunse Sebastiano Pantuffi che non riusciva a capacitarsi per tale repentino e assurdo comportamento.
“Vi prego, tornate in voi!” aggiunse, poi, vergognandosi per lui.
“Scusate onorevole, certa notorietà valica i monti e attraversa gli oceani” replicò l’uomo di mare.
Sebastiano Pantuffi capì che il suo intervento per fare da paciere era fallito e si rassegnò agli eventi.
“Vedo che insistete con le vostre offese. E insisto anch’io nel chiedervi ancora una volta di scusarvi!” Era l’invito definitivo.
“Ignorate Fedor Michailovic, non date importanza alle parole di un ubriaco”, intervenne la Duchessa per calmare gli animi di chi era rimasto misurato. Non era la prima volta che le venivano inferte questo genere di ferite.
Berthold Huber fece una smorfia di diniego e a Fedor Michailovic partì di impulso la mano destra che assestò un ceffone sulla guancia sinistra dell’uomo.
Seguirono frasi di rito per la sfida clandestina.
“Adesso mi darete soddisfazione!”
“Quando e dove volete!”
Capo Saryc
Quando la notizia arrivò alle orecchie di Lord Cardigan, costui si mosse per rintracciare Fedor Michailovic che riuscì a raggiungere solo più tardi a Capo Saryc, in casa della Duchessa. Essendo ufficiale di cavalleria, conosceva – come era ben noto ad altri – quel tipo di commercio che riforniva anche l’esercito del Regno Unito e chi ci guadagnava lautamente.
“Spetta a me difendere l’onore della signorina Beria. Non credete?”
“E a me quello della Duchessa! Ero sul posto e mi sono offerto per l’onore di entrambe” aggiunse sorridendo ironicamente “Non si può fare due contro uno. Convenite? Considerate anche i vostri postumi della battaglia nella valle.”
Dopo qualche attimo di silenzio: “Avete notizie di quei signori?” chiese Fedor Michailovic.
“Appena ho saputo dell’accaduto mi sono informato presso i nostri Servizi, per ciò che mi é permesso conoscere. Sebastiano Pantuffi ha approfittato del viaggio per una missione segreta per conto del Primo Ministro del suo paese. Ha viaggiato nell’anonimato, almeno per la ciurma. Pensiamo che lo scopo della sua presenza in Crimea sia quello di stringere buoni rapporti diplomatici con tutti i paesi coinvolti nel conflitto. Oggi per la guerra in atto, nel prossimo futuro per risolvere i loro problemi in Europa.”
“E di quello strano Comandante?” chiese Beria in anticipo sugli altri.
“Proviene da una cittadina tedesca sul Baltico. Si é ricostruito una vita lavando la fedina penale in Mediterraneo fino ad approdare sulle coste liguri.”
“Vi ringraziamo ancora una volta Fedor Michailovic; avremmo preferito evitare tutto questo!” disse desolata Marina Seminova, e aggiunse: “E’ possibile essere presenti? Vorremmo esservi vicine, Fedor Michailovic”. La preghiera era rivolta a Lord Cardigan.
La Duchessa aveva il rammarico di non essere riuscita a fare nulla per evitare ciò che per Fedor Michailovic era diventata una disputa personale.
“Assolutamente impensabile, assurdo! Si é creata una situazione dalla quale non si può tornare indietro, purtroppo.” rispose pensieroso Lord Cardigan.
“E’ un bene che William Russell non sia nei paraggi. Sarebbe andato a nozze con fatti del genere” aggiunse la Duchessa, cercando di riprendersi dal passeggero abbattimento.
“Immagino perché si tiene alla larga!” rispose lesta Beria ripensando alla lettera ‘misteriosamente‘ scomparsa e poi… ritrovata.
Con la situazione venutasi a creare e il conseguente stato d’animo non ci furono domande indagatorie o richieste di approfondimento.
“Non dovrei ma vi farò da secondo, Fedor Michailovic. Penserò io a tutto. Domani stesso mi recherò al porto e prenderò i necessari accordi. Nel frattempo cerchiamo di stare calmi, per quanto é possibile.”
“Grazie per essere presente James” disse con slancio Beria dandogli un bacio sulla guancia.
Lord Cardigan salutò e mentre stava per imboccare l’uscita si voltò: “Amico, non vi preoccupate, avete pur sempre il 50 per cento di possibilità…”, aggiungendo un sorriso di incoraggiamento, quindi salutò di nuovo agitando la mano.
“Un rituale da vivere fino all’epilogo” affermò con la voce della tristezza Fedor Michailovic alzando a sua volta la mano.
Non aveva saputo nascondere il tono nostalgico e fatalista del suo carattere.
Il duello
Arrivò un biglietto da parte di Lord Cardigan. L’incontro era stato concordato con il padrino dello sfidato, Sebastiano Pantuffi. Era stato fissato per l’indomani all’alba su in collina, presso le rovine dell’antico forte genovese.
Così l’indomani di buon’ora, Lord Cardigan e Fedor Michailovic si incamminarono su per la collina per raggiungere le rovine di quel vecchio forte. Giunti che furono, aspettarono pochi minuti per vedere arrivare agitati l’antagonista e il suo secondo.
I secondi, come accennato, avevano concordato le regole il giorno prima. Erano state procurate due Brander a percussione, a colpo singolo.
I duellanti vennero invitati a posizionarsi schiena contro schiena.
“Il destino vuole punire la vostra tracotanza scegliendo una pistola del vostro paese” disse con rabbia strozzata e volgendo il capo da una parte per essere certo che le sue parole arrivassero all’orecchio del rivale. Nell’impeto Fedor Michailovic aveva manifestato che avrebbe ottenuto soddisfazione solo con la morte dell’avversario, all’ultimo sangue: solo così l’onore sarebbe stato salvo.
“Al via conterete dieci passi. Quindi vi volterete e, al secondo ordine, sparerà prima lo sfidato, il signor Huber” precisò Pantuffi.
“E non facciamo scherzi. Il primo che intende fare il furbo se la vedrà con il sottoscritto!” aggiunse Lord Cardigan.
I due partirono: uno, due, tre, quattro,…
Quel tempo fu sufficiente a Fedor Michailovic per incontrare dettagli del suo passato. Non prefigurava la morte ma l’immagine dei ricordi si fermò alla sua giovinezza, a Mosca, al panorama siberiano di Semipalatinsk, alle cose belle ma anche agli errori che aveva fatto, agli orrori che aveva visto e vissuto, a tutte le parole scritte, agli amori e a Marina. Quando il pensiero andò all’amata credette di essere preda di una illusione, un desiderio troppo grande per essere esaudito. Eppure le poche parole che furono incise sul retro della pezzuola di cuoio per uno strano addio, avevano lasciato quel leggero sapore della linfa della vita ch’è la speranza. Egli intravedeva una porta semiaperta, uno spiraglio d’aria, una lama di luce intensa quasi a indicare una via. Poi l’elaborazione evaporò e capì che era giunto il momento di tornare alla realtà e di dover prendere una decisione.
Arrivarono a dieci passi e si voltarono lentamente. La pistola carica e ben stretta nel pugno con la canna rivolta in alto, accostata all’altezza dell’ascella.
Il primo colpo partì da Berthold Huber e fu palese che aveva di proposito mirato basso nella terra, qualche metro davanti ai piedi di Fedor Michailovic. Dopo una breve pausa si sentì esplodere il secondo colpo. Huber si meravigliò per non essere stato colpito. Anch’egli era indenne.
Quando fu tutto chiaro: “Ebbene, riconosco il mio torto. Mi sono comportato come persona indegna di fronte a due signore alle quali, tramite voi, invio le mie scuse e spero di farlo personalmente alla prima occasione, se ne avrò la possibilità. Sono mortificato per ciò che è accaduto. Spero vogliate perdonarmi come si perdona al peccatore, per sollevarmi dalla vergogna che provo.”
Il Comandante Berthold Huber era sincero.
Nell’aria c’era il peso della commozione. E fu silenzio totale; un guardarsi l’un l’altro.
Un momento prima si sarebbero uccisi, ma erano uomini diversi quelli che insieme scendevano lentamente dal monte.
g @ settembre 9, 2008
