Strategie Alternative 1

Una selezione dei migliori piani “B”. I capitoli che meritavano la pubblicazione ma non sono stati selezionati per un soffio.

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Il capitolo 2 di Francesco Casanova

20 Ottobre 1854, nei pressi del porto di Balaklava.

La duchessa Seminova sorride rivolta ai due inglesi che si avvicinano al tavolo mascherando la sorpresa di vederli assieme. Ben conosce infatti il disprezzo che provano l’uno per l’altro. Non conosce personalmente Lord Cardigan ma è noto a tutti che il divorzio dalla sorella di Lord Lucan abbia lasciato fra loro dei profondi dissapori.
“Lord Lucan che piacere vederla qui, la credevo sulle colline.”
“Duchessa, la sua bellezza mi rinfranca dalle fatiche della battaglia. Lei non si sbaglia, torno ora da lassù” replica con gentilezza Lord Lucan chinandosi per baciare la mano che la nobildonna gli tende con indifferenza.
“Dalla mancanza di polvere sulla sua uniforme deduco che come sempre si trovava nel vivo della battaglia, Sir.” Il tono sarcastico di William Russell, accentuato dall’alcool, non sfugge a nessuno dei presenti. Il viso di Lord Lucan si fa paonazzo nel tentativo di reprimere la rabbia che suscita in lui il commento del giornalista.
“MR Russell, vedo che i suo natali irlandesi non hanno potuto che lasciare un marchio sulla sua personalità. La sua assoluta mancanza di rispetto per l’autoritá è tipica di quei contadini mangiapatate senza rispetto per le leggi che lei si fregia di chiamare connazionali pur avendo sangue inglese, non è vero?”
“L’uomo è nato per ribellarsi, ma i ribelli possono essere felici?” Fëdor Michajlovic cerca di intromettersi con sagacia per interrompere la diatriba, ma cogliendo lo sguardo della duchessa che lo invita ad intervenire aggiunge ”Signori vi prego, non mi sembra questa…”
Tentativo vano, dato che Russell lo sovrasta alzando la voce.
“Autorità non certo da lei rappresentata. Sappiamo tutti benissimo le sue qualità di condottiero ed il suo contributo fondamentale nel pianificare il riuscito bombardamento della città di Odessa di pochi giorni fa.”
“Signori!” La voce della duchessa sottolineata dal lancio delle carte sul tavolo ha l’effetto di zittire i contendenti. “Signori, vi prego, vi ricordo che a questo tavolo siede una signora. Esigo rispetto per la mia presenza.” Con un sospiro riacquista la propria impassibilità indirizzando uno sguardo di rimprovero a Fëdor Michajlovic.
“Piuttosto MyLord, non crede di doverci presentare il suo ospite, non penso di aver ancora avuto l’onore di conoscere personalmente un uomo la cui fama non sfugge certo a nessuno dei presenti.”
Lord Lucan distoglie il suo sguardo dal giornalista e con notevole imbarazzo per aver perso il controllo di fronte alla nobildonna abbozza un inchino “Certo MyLady, mi perdoni. Permettetemi di presentarvi Sir James Thomas Brundell, settimo conte di Cardigan e comandante della Brigata Leggera.”
Gli echi delle deflagrazioni provenienti dalle colline riempiono l’inaspettato silenzio che segue la presentazione dell’ufficiale. Lord Cardigan non ha infatti ascoltato l’ultima parte del colloquio: la sua attenzione è completamente catturata dal viso bruno e raggiante nella luce delle candele della magnifica donna che proprio in quel momento appare sulla soglia di una delle cabine.
Mai aveva visto in vita sua una tale perfezione nei lineamenti, una così sorprendente sensuale dolcezza nel sorriso ed un raro scintillio negli occhi che, ne è sicuro, lo fissano, attirati da una incontrollabile magnetica forza. Ne è catturato, come un adolescente la prima volta che viene inebriato dal profumo di una donna.
La duchessa Seminova segue, come tutti i presenti, lo sguardo del nobile inglese e, comprendendo il motivo del silenzio sorride, soddisfatta di come il Fato abbia giocato a suo favore, senza che lei dovesse fare nulla per favorirlo. Solo William Russell non sembra essersi accorto dell’accaduto, solo apparentemente attratto dalle operazioni di sbarco più che dalla conversazione che ha seguito il suo soddisfacente battibecco con Lord Lucan.
Lord Cardigan per alcuni secondi osserva senza distogliere lo sguardo la creatura angelica che si avvicina al tavolo poi all’improvviso, come se le esplosioni lo riportassero alla realtà, si accorge del silenzio che ha seguito le ultime parole che la sua mente ha udito senza che la sua coscienza ne cogliesse il significato.
“Duchessa Seminova, la fama della sua eleganza e bellezza non regge il confronto con lo splendore della sua presenza”.
“Lei è un galantuomo adulatore Lord Cardigan. Mi permetta di presentarle i gentiluomini che con la loro vivacità ci hanno intrattenuto poco fa e..” afferrando con gesto complice la mano di Beria che in quel momento le giunge accanto, “.. e la mia protetta e fedelissima amica Beria.”

11 Giugno 1854, Balaklava

Lord Cardigan sale la scaletta del suo battello a vapore privato, il Dryad,. Ha ancora negli occhi l’immagine del corpo perfetto di Beria: la sua mente è tuttora in grado di percepire la delicatezza della sua pelle come se le sue dita la stessero accarezzando in questo momento, sentirne il profumo come se il suo viso fosse ancora affondato nei sui capelli morbidi e setosi e la sua bocca assaporarne i baci come se i momenti appena trascorsi con lei non fossero passati ma eterni.
“Lord Cardigan, Sir”, la voce del tenente Maddison lo strappa brutalmente dall’estasi del ricordo della sua amata per riportarlo alla realtà, “mi scusi Lord Cardigan avrei bisogno urgente di parlarle. L’abbiamo cercata ovunque nelle ultime ore ma lei risultava irrintracciabile.”
“Mio caro tenente questo dimostra solo la vostra incompetenza. Ero alla tenda ufficiali, come sempre d’altronde a quest’ora del pomeriggio.”
“Mi permetto di farle notare, Sir, che abbiamo inviato due soldati circa un ora fa a cercarla nella tenda…” risponde in tono rispettoso ma deciso il tenente.
“Insomma, dobbiamo stare qui a disquisire di queste piccolezze dovute all’ineguatezza di questi bifolchi che lei si ostina a chiamare soldati? Credevo che avesse bisogno urgente di parlarmi, ecco ora ne ha l’occasione” lo interrompe Lord Cardigan proseguendo con passo spedito verso la sua cabina.
“Certo Sir, mi scusi Sir. Le volevo riferire che lo spiacevole inconveniente dell’altro giorno si è ripetuto quest’oggi.”
“Quale inconveniente?” risponde Lord Cardigan sedendosi sulla sedia dietro alla solida scrivania di quercia ricoperta di mappe militari della zona circostante. La stanza privata del Lord è arredata con eleganza da mobili di gusto sobrio ma raffinato, velluti e tende color carminio e preziosamente illuminata da candelabri di cristallo. Non sembra di certo una cabina di una nave, e tantomeno di una nave ancorata nel porto in cui infuria una delle battaglie più sanguinose e violente che l’umanità abbia mai conosciuto. L’atmosfera ricorda una sala di lettura in una casa di campagna inglese, calda e separata dal mondo.
“Mi riferisco alla scomparsa di quei dispacci provenienti dal comando, giovedì scorso. Questa mattina, Sir, sono scomparse le mappe con i dettagli delle manovre della Brigata Leggera. Carte di scarsa importanza ma…”. L’imbarazzo nella voce del tenente è nascosto a fatica dal tono marziale con cui pronuncia la frase.
“Credevo che lei mi avesse assicurato che tutte le precauzioni erano state prese per evitare che questi episodi si ripetano” risponde Lord Cardigan con evidente disappunto.
“Certo Sir. Ho rafforzato la guardia alla nave cambiando tutte le parole d’ordine per l’accesso e raddoppiato il numero di sentinelle..” ribatte il tenente gonfiando il petto nel tentativo di mostrare la sua efficienza.
Il silenzio che segue è carico di attese. È evidente che l’ufficiale vorrebbe dire qualcos’altro al comandante, ma esita, indeciso sull’opportunità di dire ciò che sta pensando. Lord Cardigan capisce, e lo incalza “Coraggio! Su! Sembra sia impaziente di dirmi qualcosa”
“ Con tutto il rispetto, Sir, i soldati di guardia hanno segnalato che la notte scorsa sarebbe salita a bordo quella donna… ”
Il comandante esplode in un impeto di rabbia. La sua voce è udibile dai soldati al di fuori della stanza ed il tenente, all’interno, è intimorito dalla veemenza dei gesti e delle parole. “Quella donna?! Quella donna?! Le ho già chiarito più volte, tenente, che quella donna è degna della massima fiducia e la sua insistenza sull’argomento sfiora l’insubordinazione…”, Lord Cardigan è un fiume in piena, “…le ripeto, e spero sia l’ultima volta, che ho completa fiducia in quella donna e la invito a cercare il colpevole di tali incresciosi episodi da qualche altra parte.”
La pausa è brevissima, sufficiente però a cambiare il tono da irato a sospettoso.
“D’altronde tenente Maddison, sono più propenso a sospettare di lei che di quella donna , il suo curriculum non è certo privo di macchie e, se la memoria non mi inganna, in passato è stato coinvolto in episodi poco chiari.”
Il tenente è sorpreso dalla frase del comandante, sente la rabbia impadronirsi di lui; vorrebbe rispondere a tono ma la fama di Lord Cardigan suggerisce un diverso comportamento. Il disprezzo del superiore verso gli ufficiali non aristocratici, come il tenente Maddison è noto a tutti e l’episodio spiacevole di qualche anno prima, la famosa “black bottle” è una dimostrazione di come sia necessaria una particolare cautela. In quell’occasione il comandante fece arrestare un suo soldato, il capitano John Reynolds, per aver ordinato una bottiglia di liquore alla mensa ufficiali solo apparentemente contravvenendo l’ordine del superiore. Episodio frutto di un malinteso ma che aveva ricevuto notevole attenzione sulla stampa londinese.
“Signore non starà insinuando che io possa…”
La risposta di Lord Cardigan è fulminea ed affilata, “Non sto insinuando, tenente, sto affermando con chiarezza che sospetto di lei molto più di quella donna .”
La conversazione viene interrotta dal rimbombo di due decisi colpi alla porta. Il soldato che appare sulla soglia dopo aver ricevuto il permesso di entrare dal comandante è imbarazzato ma divertito dalla situazione in cui si viene a trovare. È ovvio che tutto lo scambio di battute è stato chiaramente udibile al di fuori della stanza.
“Lord Cardigan, Sir, una lettera personale per lei è appena giunta dall’Inghilterra.”
“Di chi si tratta?” chiede svogliatamente il Lord riaccomodandosi sulla sedia e cercando di riacquistare il proprio controllo dopo l’eccesso d’ira.
“Il mittente è una certa Adeline de Horsey, Sir.”
‘Me la dia soldato. E in quanto a lei tenente.. continueremo questa conversazione in un altro momento. Nel frattempo le sarà negato l’accesso a qualsiasi area dove siano contenuti documenti di interesse strategico, sono stato chiaro?”
Il tenente risponde con un rigido saluto militare ed abbandona la stanza umiliato. Le sue urla ai soldati di guardia appena la porta si chiude evidenziano una necessità di sfogare la rabbia a stento trattenuta in presenza dell’ufficiale superiore.
Lord Cardigan sorride, apre la lettera mentre si rilassa distendendo le gambe ed appoggiando i lucidi stivali militari sulla scrivania.

Mio Adorato,

spero che questa mia ti trovi in buona salute ed in buon spirito. La vita in Inghilterra è grigia senza di te e le giornate passano lente senza il tuo sorriso e le carezze della tua mano tanto agognata. La casa è solitaria e passo le giornate attendendo tue notizie ed il tuo ritorno. Spero, anzi ne sono sicura, che le operazioni militari procedano per il meglio e che il tuo arrivo trionfante e carico di onori al porto di Plymouth non sia lontano.
Ti prego di darmi tue notizie, da tempo attendo fremente una tua missiva.

Per sempre tua,

Adeline

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Il capitolo 2 di Sonia Cavallin e Andrea Scala

Russell esce da un piccolo edificio fatiscente, ha appena telegrafato al Times. La voglia di alcol, trattenuta a stento durante la dettatura, gli fa ardere la gola. Estrae la fiaschetta metallica dalla tasca del panciotto e apre il tappo stropicciando i fogli che tiene in mano. Butta giù un lungo sorso, rivolge lo sguardo verso gli artiglieri che caricano i pezzi, prende un profondo respiro, e beve ancora, poi mette via la vodka.
Rilegge l’articolo appena inviato: è soddisfatto.
I cannoni di una batteria sparano all’unisono facendolo sussultare, non si è ancora abituato. Le sue parole avranno in patria lo stesso effetto.
È il primo a raccontare la verità sulla guerra, ne è consapevole. Ci vuole fegato a stare in prima linea, a guardare i combattimenti da vicino, ma ce ne vuole molto di più a mostrarne i dettagli, il sangue, i morti. Le sue sono solo parole, ma spera possano mutare le cose. Sa che l’opinione pubblica non è pronta ad aprire gli occhi, conviene far finta di non vedere. È combattuto, le sue idee conservatrici vorrebbero proteggere il solido ordine che ha fatto della Gran Bretagna una potenza mondiale, ma la sua professione gli impone il dovere di cronaca, e il suo desiderio di verità, lo spinge a fare un passo in più rispetto a tutti i giornalisti che l’hanno preceduto.
‘Saranno più resistenti le mura di Sebastopoli o il cuore di quei vecchi, gelidi Lord inglesi?’ si domanda.
Piega i fogli e li infila nella borsa di cuoio che porta a tracolla.
Il fumo soffocante della polvere da sparo si è diradato, e già i soldati fanno rotolare nuovi proiettili verso le bocche dei cannoni. La città regge.
È atteso dalla duchessa Seminova nel tardo pomeriggio, ha ancora un paio d’ore per raccogliere materiale da mandare al giornale.
S’incammina verso i soldati, ha poco tempo prima della prossima salva.
Percorse alcune decine di metri, gli si fa incontro, al trotto, un ufficiale a cavallo.
“Buon pomeriggio, Capitano.”
“Dove crede di andare?” l’inglese ferma il cavallo, ostacolandogli il passaggio.
“Sono qui per fare il mio lavoro.”
“Non vogliamo civili in prima linea, tantomeno giornalisti. Si allontani.”
“Ho l’autorizzazione del Maresciallo Raglan, come ben sa, perciò mi lasci in pace. Ho bevuto, potrei reagire male.” dice afferrando le briglie.
“E io sono armato, Mister Russell. La prima linea è un posto pericoloso, è facile farsi male.” risponde l’ufficiale, portando la mano alla sciabola.
“Per questa volta… me ne vado, ma non tema, avrà un posto speciale nel mio cuore e nelle mie memorie.”
“Dimentica forse di essere un irlandese? Mio nonno diceva che gli irlandesi non hanno un cuore, solo schiene forti, come bestie da soma.”
“Come il suo bel cavallo? In fondo, cosa sarebbe un ufficiale inglese senza il suo cavallo? Cosa sarebbe un inglese senza la sua bestia da soma?”
Russell si allontana a passo lento, sputa nella polvere. L’ufficiale, tornando verso i suoi uomini, distratti dalla discussione, urla: “Cani, continuate a sparare, se volete tornare presto tra le gambe delle vostre mogli. E dite una preghiera perché la Regina, faccia venir giù quel maledetto mucchio di pietre.”
‘Chissà chi tiene in caldo la moglie di quel bellimbusto?’ pensa Russell, dirigendosi verso le retrovie.
Le retrovie sono il lato nascosto, il cuore oscuro di un esercito.
La distesa di tende lerce e lise si perde a vista d’occhio, intervallata da baracche e piccole costruzioni. Nessun ufficiale da due soldi, in cerca di gloria, infesta quei dintorni puzzolenti. La gloria non sta in quei luoghi. Qui c’è solo stanchezza, malattia e dimenticanza. E la guerra è appena agli inizi.
Gli struggenti slanci delle cavallerie e le liriche epiche della gloriosa prima linea, s’impantanano senza speranza nel fango e nella merda delle retrovie, dove gli unici reggimenti vittoriosi, sono quelli dei ratti.
Due sentinelle annoiate, a malapena lo guardano a entrare nell’enorme padiglione dell’ospedale da campo. Gli scarponi affondano nel fango. Urina, acqua marcia, vomito si impastano alla polvere di Crimea. La tenda non ha finestre, deve andar bene d’estate come d’inverno. La luce è poca, le lanterne annerite oscillano togliendo solidi punti di riferimento ai quali lo sguardo si possa attaccare, danno a ogni cosa una prospettiva distorta, che trasmette disagio. Il fetore è opprimente, insopportabile. Russell trattiene a stento il pranzo, in fondo allo stomaco.
Le file interminabili di brande sono l’unica cosa ordinata in quel luogo infernale. Su ognuna almeno un uomo, spesso due o tre, ricoperti di sangue rappreso. Mille lamenti si mischiano.
Estrae il taccuino, cerca parole per immortalare quell’indescrivibile ricettacolo di dolore. Cerca qualcuno a cui rivolgere domande. Due medici corrono lungo gli stretti corridoi, i camici luridi, i volti stanchi e indifferenti.
Prova a fermarne uno, è solo un ragazzo, tra le mani tiene un grosso seghetto arrugginito e stracci sporchi di pus e sangue fresco.
“Posso farle qualche domanda?”
Il medico gira il viso verso il giornalista, il suo sguardo perso lo attraversa, come fosse trasparente. Lo oltrepassa senza rallentare “Devo andare, non ho tempo da perdere.”
Russell si sente afferrare una gamba, un moribondo ha allungato la mano verso di lui “Acqua, acqua. Ti prego, dammi dell’acqua…Per pietà.” Si abbassa, avvicinandosi all’uomo che perde sangue e materia cerebrale da una profonda ferita sulla tempia. L’uniforme aperta sul petto lascia intravedere le pulci che lo infestano. Il giornalista non riesce a trattenere il disgusto. Il tanfo di piscio e di escrementi è soffocante, i feriti sono lasciati al loro destino e chi non riesce a camminare è costretto a farsi tutto addosso. “Un momento, un momento solo. Adesso chiamo qualcuno, ti faccio portare dell’acqua.”
“Acqua, ti prego. Acqua.” L’uomo non lo sente, l’agonia gli annebbia i sensi.
Russell si alza in piedi, “Qualcuno venga ad aiutare quest’uomo.” urla. La sua voce si perde tra le grida dei feriti. Capisce che non può fare nulla. Centinaia di soldati stanno morendo attorno a lui e nessuno sembra preoccuparsene. Non può salvare quell’uomo, ma deve evitare che tutto quel dolore possa essere dimenticato. Annota, sulle pagine bianche la scena appena vissuta e, con gli occhi lucidi, riprende la sua discesa nelle viscere dell’ospedale.
Vicino a un tavolaccio di legno lurido, decine di secchi pieni di arti amputati, marci di cancrena. Grossi ratti mangiano quella carne in putrefazione. L’odore è così maligno da far barcollare. Qui abita tutta la follia della guerra. I roditori si fermano, lo guardano gelosi, il gusto del sangue li rende così pieni di furia e coraggio che non si azzarda a metterli in fuga. Passa oltre quell’immondo banchetto.
Un uomo, seduto su di una branda, fuma la pipa. Ha un braccio amputato poco sotto la spalla e fasciato, ma sembra in condizione di parlare. Russell si avvicina con discrezione, come farebbe con un cervo spaventato. “Scusi? Sono un giornalista. Le va di raccontarmi la sua storia?”. L’uomo dalla grossa corporatura, ma emaciato e pallido, lo guarda. Si accarezza il moncone e gli occhi si riempiono di lacrime. “Il mio braccio” farfuglia “Come potrò abbracciare mia figlia così ridotto? Come potrò?”, “Si calmi. Ascolti. Sono un cronista di guerra, posso raccontare la sua storia, farla pubblicare sui giornali, in patria.” Le lacrime rigano il volto scavato, sciogliendo la sporcizia che lo annerisce. “Mi hanno tagliato il braccio, il mio braccio destro.” la pipa cade nel fango.
“Lascialo in pace.” urla un soldato appoggiato a una stampella con una brocca arrugginita in mano. “Non lo vedi che sta male? Chi sei tu? Che cazzo vuoi da lui?”
“Sono un giornalista, mi chiamo William Russell. Voglio scrivere la vostra storia. Farla pubblicare…dal Times.”
“E a chi vuoi che importi di noi? Lasciaci in pace. Tu sei come i pidocchi e le zecche che ci succhiano il sangue, come quei topi che mangiano i nostri pezzi e s’ingrassano con le nostre sofferenze. Vattene. Lascialo in pace. Lasciaci in pace, non abbiamo bisogno di gente come te.”
Il cronista si alza, il cuore gli pesa nel petto. Ripone il materiale per scrivere ed esce dall’ospedale.
In prima linea come nelle retrovie, l’esercito lo rifiuta e cerca di scrollarselo di dosso, come fosse un parassita. La missione che sente nobile e giusta, trova ovunque muri da scavalcare. Non sono solo gli uomini in patria e gli ufficiali nelle loro splendide uniformi a rifiutare la verità che lui racconta ma soprattutto le vere vittime della guerra: i soldati calpestati e dimenticati.
‘Comincio a pensare che il desiderio di verità sia solo dentro di me, forse il mondo vero non ha bisogno di verità.’
Beve ancora e, pieno di pensieri, si dirige verso il porto di Balaklava.
Russell cammina sul molo, nella zona riservata alle navi da trasporto militare. Osserva uomini indaffarati nelle operazioni di scarico di vettovaglie e armi per le truppe.
Deve affrettare il passo per arrivare in tempo all’appuntamento con la duchessa.
Nelle ombre del crepuscolo, intravede una figura femminile che si aggira tra le casse ammucchiate.
Il giornalista si nasconde dietro a dei barili e, con crescente disagio, continua a guardarla. La donna ha il viso celato da un velo, sembra cercare qualcosa, attenta a non farsi vedere. Si accorge di essere spiata e si allontana.
Russell prova a seguirla, ma si è dileguata. Raggiunge il battello della duchessa Seminova. Entra. Silenzio. Non sembra esserci nessuno a bordo.
Si avvicina a uno delle cabine, accosta l’orecchio, sente bisbigliare.
“Mia adorata, rimarrei giorni interi a osservare il tuo volto, e l’espressione dei tuoi occhi. Due zaffiri incastonati nell’avorio.”
“Lei è di certo un gentiluomo, ma non trova sia sconveniente fare la corte a una donna che è rimasta vedova solo da un anno?”
“Forse…Ma la vita è troppo breve, e poi questa guerra potrebbe farsi beffe di noi. Non sarei così audace altrimenti.”
“Le vostre parole mi lusingano, mio caro. Non è che adoperate la vostra bravura di scrittore per ammaliare una donna indifesa?”
“Indifesa? Tutt’altro. Siete scaltra. Vi ammiro per come avete saputo amministrare le ricchezze dopo la morte di vostro marito.”
“Mi fate arrossire, Fedor.”
“Vorrei chiedervi una cosa, ma me ne vergogno.”
“Suvvia, dite. Non lasciatemi con la curiosità.”
“Un bacio, vi chiedo solo un bacio.”
“Oh, Fedor. Ne siete certo?”
“Ardo per voi Marina, concedetemi almeno un bacio.”
Russell sta per bussare, la porta si apre senza dargli il tempo di annunciarsi, piomba nella stanza. I due sono abbracciati stretti, l’uomo si sta sporgendo sul viso della donna, sfiorandole le labbra. Con un balzo si staccano, la duchessa si tocca i capelli come per sistemarli, l’uomo tira verso il basso i lembi della giacca e rivolge lo sguardo altrove.
“Chiedo scusa, vi stavo cercando.”
“Mio caro William, cronista d’assalto. Non si usa bussare?” sdrammatizza la duchessa.
Sopraggiunge Beria. Li trova in evidente imbarazzo.
“È successo qualcosa di grave?” chiede.
“Andiamo Beria, prepariamo le carte da gioco.” risponde la duchessa prendendola a braccetto e conducendola in un’altra stanza.
La protetta della nobile russa, ha lo stesso vestito della donna misteriosa che spiava le operazioni di scarico al porto. Russell rimane interdetto, decide di non indagare, almeno per il momento.
“Non avete risposto. Cos’è accaduto?” insiste Beria.
“Nulla di grave mia cara. Piuttosto, mi hai portato l’earl grey? Non voglio che il nostro intraprendente giornalista abbia di che lamentarsi.” risponde la duchessa.
“Eccolo.” Beria pare sollevata.
“Grazie. Ti ci è voluto davvero molto tempo per trovarlo…

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j @ settembre 9, 2008

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