Strategie Alternative 3

Una selezione dei migliori piani “B”. I capitoli che meritavano la pubblicazione ma non sono stati selezionati per un soffio.

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Capitolo VIII  (proposto da Aldo Ardetti)

 

 

Comando britannico di Simferopoli: la fuga 

 

Marina Seminova non aveva creduto alle parole di lord Halifax: “Il nemico non dice mai la verità!” ricordò “Fedor non é un vigliacco e non può essere lontano.”

Sarebbe riapparso come avrebbe potuto, questa era la convinzione perché, in quella situazione, non ci si poteva meravigliare di assenze o sparizioni. Era stato difficile fuggire pur con l’aiuto di un soldato avido che, in mancanza di moneta sonante, aveva accettato un gioiello.

 

Il cuore batteva ancora forte quando, uscite dai sotterranei, vagarono nel buio della notte fino ad imbattersi in un vecchio landau che, abituato a fare il servizio in città, non fu facile convincere il conduttore a intraprendere un itinerario più lungo – con una carrozza trainata da soli due cavalli – come quello necessario per raggiungere Capo Saryc. In un primo momento il vecchio conduttore non si era fidato di essere pagato una volta giunti a destinazione ma vedendo le due donne nella situazione di estremo bisogno, riuscì ad essere comprensivo accontentandosi dell’aver riacquistato fiducia nel prossimo anche se ciò non evitò il suo abituale farfugliare mentre risaliva a cassetta.

 

 

Simferopoli

 

William Russell e James Cardigan vagano per la città cercando di carpire, con circospezione, più informazioni possibili. Russell porta alle labbra la fiaschetta da viaggio per un goccio che plachi la sete e l’ansia. Procedono in compagnia dei loro pensieri, delle domande senza risposte certe ma con la speranza che le due donne siano libere e già al sicuro perché quell’anello era stato un pegno per la libertà anche se, in un primo momento, aveva fatto pensare al peggio.

“Cercheranno di fuggire via terra o via mare?” azzardarono e gli sovvenne di pensare a Capo Saryc.

 

 

Capo Saryc

 

Nella casa, vicino al mare, si respirava aria diversa. Erano lontani i tempi della spensieratezza, della musica e dell’allegria.

La villa era stata costruita su una antica torre di avvistamento diroccata con spesse mura ridotte a macerie prigioniere di rovi e rami di fico selvatico che – forti e vigorosi – si allungavano verso il cielo.

“Spero in una improvvisa illuminazione che ci dia la soluzione migliore. Non possiamo restare qui per molto tempo. E’ il posto al quale penseranno come immediato rifugio. Al più presto manderanno qualcuno a controllare… Su di noi pende una grave accusa.”

“Intanto non ci resta che aspettare. Per il momento dobbiamo mantenere la calma e dare ai nostri amici la possibilità di raggiungerci. Se dovesse trascorrere troppo tempo, dovremo prendere una decisione da sole.”

In particolari circostanze, il tempo e lo spazio assumono dimensioni insolite.

“Forse è vero che non tutti i mali vengono per nuocere” decretò Marina per auspicare il sorgere di un nuovo futuro, un futuro diverso e certamente migliore. “Anche le illusioni possono far sopravvivere, sbrogliando situazioni impossibili, facendo apparire per incanto spiragli percorribili“ rispose Beria per restituire parole di incoraggiamento.

La sopraggiunta pioggia iniziò a picchiettare sempre più forte.

“Mi sembra di aver sentito bussare.”

“E’ la pioggia. E’ troppo presto per avere visite” rispose Beria con una certa ironia per sgomberare l’aria dalla tensione.

“No, ho sentito dei colpi più forti e con un ritmo diverso dalla pioggia. Puoi andare a vedere?”

“Andiamo a vedere” precisò Beria.

Arrivate nell’atrio videro una grande figura in attesa davanti alla vetrata della porta di ingresso. Era Fedor Michailovich.

“Dannaz… mi ero stancato di bussare. Ormai pensavo di non trovarvi più, di essere in ritardo.”

Quando Marina rivide Fedor il suo volto si illuminò.

“Grazie a Dio vi rivedo. Venire qui era la mia ultima speranza” disse il russo abbracciando le due donne.

“In questa situazione non possono esserci più dubbi, non possono esserci ulteriori esitazioni.”

“Cosa intendete dire Fedor Michailovich” chiese pensierosa Marina.

Ci sono momenti in cui il tempo sembra venir meno, accorciarsi, non bastare. Allora si tradiscono gli indugi, le precauzioni obbligate o suggerite dall’occasione, i separè dispiegati a difesa.

“Ho sempre desiderato una donna come voi, Marina.”

“E io un uomo sorprendente come voi.”

Il momento così importante fu prima disturbato e infine interrotto da altri rumori provenienti dal portoncino d’ingresso. Questa volta, ci si avvicinarono in tre che si rilassarono quando riconobbero i profili di William Russell e James Cardigan.

Lord Cardigan aveva ascoltato alcune affermazioni di lord Halifax e come ebbe davanti Beria, esplose: “Mi sono comportato sempre da gentiluomo ma potrei diventare l’ultimo dei delinquenti” esordì con foga. “Mi auguro di non arrivare, un giorno, a doverti odiare” aggiunse con una tale rabbia che gli trasformò i lineamenti del volto. Continuò puntando l’indice accusatore: “Dopo aver creduto e sperato nei sentimenti ho subito una dolorosa sconfitta.”

Ai tre – Marina, William e Fedor – non rimase altro che assistere sbalorditi. Fino a che punto erano stati traditi, fino a che punto erano stati svelati i segreti del loro coinvolgimento? Avrebbero voluto fare ulteriori domande ma ciò che era successo si andava delineando con le prime accuse e seguenti confessioni.

“E’ grave quello che è stato fatto” si intromise Fedor “Ma ormai appartiene al passato. Ora dobbiamo pensare al domani, al nostro futuro.”

“Prima del futuro è necessario pensare all’oggi: toglierci da questa difficile situazione” precisò con fermezza Russell.

“Come si può vivere nella menzogna e far finta di nulla con gli stessi… amici, poi. Sono disgustato!” concluse con stizza e amara ironia James Cardigan. 

“Ho vissuto per troppo tempo sotto ricatto” esordì Beria “Ciò che é accaduto é stato fatto per amore. Quando in me sono risorti sentimenti veri, sentimenti forti, ho avuto paura che qualcuno potesse rivelare cose spiacevoli su di me. Sono stata condizionata dal mio passato che alcuni conoscono.” Mentre si sforzava di finire la frase e aggiungere altro, scoppiò in un pianto dirotto. Marina le andò incontro e la giovane le si rifugiò tra le braccia.

“Non più tardi di domattina dobbiamo andar via da qui. E’ necessario pensare in fretta del nostro destino.”

Lord Cardigan non trovava pace. Si muoveva per la stanza senza attimo di sosta.

Quando gli animi si calmarono, soddisfatti dei propri sfoghi, assaporarono un silenzio assoluto. Dopo la pioggia l’aria si era fatta nitida e frizzante. Dalle finestre si vedevano colori accesi e brillanti per le gocce sulle foglie rimaste a evaporare.

Infine decisero di mettersi a tavola per la cena che prepararono come fosse una sera qualsiasi. La duchessa aveva sempre fatto in modo che la casa fosse rifornita per qualsiasi evenienza.

Mangiarono al lume di candela in quella casa che aveva il profumo romantico di piccole storie e della salsedine del mare trasportata dalla brezza.

“Noi – rivolgendo lo sguardo verso Marina – potremmo salire sul primo treno verso quei paesi che anticipano le terre della nostra Santa Madre Russia”, disse Fedor convinto e nel contempo interrogando gli altri per avere conferma e consiglio. Ma ci furono più sguardi che parole e, quando ebbero finito di desinare, si alzarono per fare due passi. William iniziò una conversazione a bassa voce con Beria. Non era possibile sentire nulla di quello che in quel momento si dicevano. Sicuramente – pensarono tutti – il giornalista stava chiedendo ulteriori particolari di quella vita appena svelata. Lord Cardigan preferì la solitudine e sì appartò andando a guardare l’infinito attraverso una delle finestre che si apriva sul mare.

Fedor prese per il braccio Marina e si avviarono verso il salottino attiguo. La guardò per alcuni secondi negli occhi come a cercare un consenso, una certezza, e quindi la baciò appassionatamente. Nonostante la gravità della situazione, si lasciarono andare per rincontrarsi innamorati.

 

 

CAPITOLO 6 di Antonella Sacco

9 novembre 1854 , Simferopoli

Beria solleva il capo, in un moto di ribellione: per quanto ancora dovrà pagare per il suo errore? Deve trovare il modo di liberarsi dal dominio di Halifax, il lord avrà pure, come tutti, un punto debole, qualcosa per cui si può costringerlo a cedere.

Purtroppo non riesce a immaginare cosa.

Aveva sperato che, dopo quell’ultimo incarico, la lasciasse andare, invece pretende che lei lo serva ancora e, per ringraziamento, la insulta con disprezzo.

Verga in fretta poche frasi su un foglio, il suo addio a James, chiama l’unica persona di cui sa di potersi fidare e le consegna il messaggio. Ha gli occhi gonfi di pianto, Beria, pensa all’uomo che ama e pensa anche che non sa niente di lui, non è sicura neppure che James sia il vero nome.

Trasale, un dubbio la ferisce all’improvviso: Halifax sa di loro due? Nessun segreto resta tale a lungo per il generale, ma forse questo gli è sfuggito: in fondo lei e James si sono incontrati poche volte e in modi e luoghi molto protetti. Le labbra di Beria si increspano in un sorriso: Halifax può molto, ma non tutto. Forse non sarà subito, forse dovrà andare a Parigi, ma riuscirà a sfuggire alle sue grinfie.

Il pensiero la conforta, ma subito un altro la precipita nuovamente nell’angoscia. La Duchessa è nelle mani del vecchio lord e lei non è in grado di aiutarla, neppure accusare Fedor le è servito a qualcosa.

Respira con affanno, ma si costringe a calmarsi, deve riflettere, solo così potrà trovare una via d’uscita, ammesso che ci sia.

9 novembre 1854, Simferopoli

Fuori, William Russell riflette su quale sia la mossa migliore, è evidente che si trova coinvolto in un gioco di cui ignora le regole e lo scopo, e vorrebbe capire di cosa si tratta. Dubita anche che Lord Halifax gli abbia mentito, quando ha asserito di preoccuparsi della degenerazione dei costumi e non delle sorti della guerra, per questa affermazione si potrebbe accusarlo di tradimento, data l’alta carica che ricopre.

Si chiede perché il generale vuole diffondere la notizia che la Duchessa e la sua protetta sono morte. Dove si trovano, invece? Troppe domande e troppo alcool nella testa, o forse non abbastanza, il giornalista continua a camminare cercando risposte che non riesce a trovare. In tasca ha il testo del telegramma dettatogli da Halifax, ma di una cosa è certo: non lo spedirà.

10 novembre 1854, Balaklava

Cardigan aspetta che l’ufficiale esca prima di scoppiare a ridere.

Dunque il vecchio Halifax ha lasciato la comoda poltrona allo Stato Maggiore per occuparsi di persona di quanto avviene in Crimea… deve avere una ragione molto, molto speciale per farlo. Impossibile che questa ragione sia Beria. Nonostante il divieto che gli ha fatto pervenire, e di cui non ha la minima intenzione di tenere conto, la ragazza non può costituire una pedina tanto importante, per lui. E allora cosa, chi? Forse la donna che afferma d’essere sua madre? Svolge dunque un ruolo così importante, la Duchessa? Possibile che il suo modo di vivere costituisca un pericolo, secondo il generale? Si dice che sia un fanatico della morale, nel significato peggiore che si può dare a questa parola, e la lettera che ha letto qualche minuto prima sembra confermarlo.

Depravazioni… i miei ordini… forse una volta queste parole avrebbero avuto un significato per Cardigan, ma dopo quanto ha vissuto durante la carica niente ha più senso. Niente eccetto Beria, che ha il potere di trasformarlo, sia pure solo per qualche istante, in pura passione, in qualcosa che non più uomo, né corpo né ricordi né sentimenti, ma una sorta di comunione con l’infinito. Momenti brevissimi e rari, in cui il dolore si fonde in un crogiuolo di sensazioni diverse e disparate e questo insieme cancella tutto. Oblio, è così che si chiama.

Niente e nessuno può fare più del male a lui, ormai, ma Beria, probabilmente, è in pericolo: cosa vuole Halifax da lei? Che rapporto c’è fra loro?

Cardigan si veste, andrà a cercarla di persona, il vecchio lord è potente e ha spie dovunque, meglio non incaricare qualcun altro. Salvare Beria da Halifax, ecco un fine per il quale vale la pena combattere ancora.

11 novembre 1854, villetta di Capo Saryc

“La signora Duchessa è partita.” Risponde il servitore per la terza volta.

Fedor si arrende, inutile chiedere ancora Per dove, è chiaro che l’uomo non glielo dirà, evidentemente ha avuto l’ordine di non parlare. Forse Marina è fuggita, la notizia che Halifax è in Crimea deve averla raggiunta e spaventata e per questo non gli ha lasciato alcun messaggio, come al solito ha pensato solo per sé. Purché sia davvero fuggita…

Si allontana in fretta dalla villetta. Comunque sia Halifax si sbaglia se pensa di poterli fermare. Anzi, se l’ora della resa dei conti è giunta tanto meglio. È stanco di aver paura, lottare sarà comunque meglio.

11 novembre 1854, Simferopoli

Russel si sta dirigendo verso il suo alloggio, quando dal buio un’ombra gli si affianca.

“Beria è scomparsa e anche la Duchessa. Voi potete scoprire con facilità dove sono chiedendo a vostri informatori.” Sussurra l’ombra.

L’irlandese si ferma e si volta verso Fedor.

“Noi giornalisti non siamo amati da nessuno, né noi né il nostro mestiere, dovreste saperlo.”

“Può darsi, ma avete la capacità di venire a conoscere molte cose.”

Russell fa un gesto con la mano. “Qualcosa, solo qualcosa. La verità sfugge sempre. Cerchiamo di avvicinarci, ma dubito che ci riusciamo.”

“Ho buoni motivi per temere che le due donne siano in pericolo.”

“Ho la sensazione che siate più informato di me, o che mi stiate nascondendo qualcosa. Se pensate davvero che possa aiutarvi dovete raccontarmi tutto.”

“La verità sfugge sempre, l’avete appena detto.”

“Arrivederci, Fedor.”

Il russo lo trattiene per un braccio.

“Halifax.” Mormora. “Vi basta?”

Russel scuote il capo.

“Ho saputo anch’io del suo arrivo in Crimea. Pensate che abbia a che fare con la scomparsa della Duchessa e della sua giovane amica?”

Nella mente del giornalista i tasselli del puzzle stanno iniziando a riordinarsi.

“Il vecchio lord odia Marina Seminova, odia Beria. Odia tutto ciò che è bello. E odia quelli che come me, al contrario di lui, amano e cercano il bello, in tutte le sue forme: nell’arte, nella natura, in una donna.”

“E sarebbe venuto qui per causa vostra?” Il tono della voce di Russell esprime incredulità, ma mentre pone la domanda rivede nella mente il volto del generale, riode le sue affermazioni: non c’è da stupirsi se, dal fondo del suo fanatismo, il vecchio ha ritenuto indispensabile instaurare una personale guerra contro le due donne e i loro amici.

Fedor annuisce: “Un grande onore, non vi pare? Abbiamo costretto Lord Halifax a scomodarsi.”

“Credete che le abbia arrestate?”

“Non ne sono certo. La Duchessa non è nella sua villa, né in alcun altro posto in cui avrebbe un motivo per essere: probabilmente è prigioniera del generale, ma potrebbe anche essere riuscita a fuggire e a nascondersi. Però se così fosse avrebbe dovuto farmi avere un messaggio, in qualche modo, invece non ho ricevuto nulla.”

“E Beria?”

“Non la vedo da giorni.”

I due uomini tacciono. Il racconto di Fedor conferma i sospetti di Russel: Halifax voleva fargli pubblicare la falsa notizia del naufragio per poter giocare con la vita della Seminova e di Beria a suo piacimento. A tal punto si spinge il suo odio…

“Cercherò di fare il possibile.” Promette.

“Vi ringrazio.”

Fedor svanisce nella notte mentre l’irlandese riprende il cammino, pensando che dovrà essere molto prudente, Halifax ha spie dovunque e lo farà seguire, magari fra breve qualcuno lo informerà del suo incontro con il russo. Decide che l’indomani invierà il telegramma a Londra: ritenendo di averlo domato probabilmente il generale si disinteresserà di lui e lui potrà muoversi con maggiore libertà.

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Capitolo 6

di Aldo Ardetti

Comando britannico di Simferopoli.

L’iniziale eruzione rabbiosa si placò. Il desiderio di vendetta andò sfumando quando pensieri più lucidi e rasserenanti andarono ad affollare la mente. La Duchessa Marina Seminova subiva un disagio che non riusciva a controllare in quel luogo e in quel vestito il cui orlo s’era ingrigito. Non era abituata all’incuria. Il viso, pur provato, mostrava tutta la propria bellezza seppure la situazione ne aveva sminuito il roseo di pesca che tanto piaceva agli uomini di buone maniere e di buon gusto. Nonostante le rassicurazioni, in realtà si sentiva prigioniera. Le parole del militare – quel colonnello – risuonavano ipocrite e contraddittorie rispetto al tono usato dal generale di origine indiana, Lord Halifax, che era stato preciso e diretto e “sul quale Beria dovrà dare delle spiegazioni” si promise mentalmente. “Comincio a pensare di non conoscere bene la mia figlia adottiva.” E la cosa la impensierì e spaventò non poco.

Marina Seminova conserva il suo ruolo, non smentisce il suo carattere: “Possono dire quel che vogliono, accusarmi di qualsiasi cosa ma dovranno pur dimostrarlo”. Non ragionerebbe così, non sarebbe sicura di sè se conoscesse tutta la verità, chi ha tradito e quale storie si nascondano nelle persone. Storie spesso inconfessabili.

“Non possono accusarmi di nulla. Le prove per una condanna si possono creare ad arte ma in questo caso solo accuse generiche che non possono promuovere persone a spie, inventare colpevoli da condannare” si lasciò scappare con voce stizzosa. Non riusciva, infatti, a comprendere come mai, in un momento così delicato per la regione, tutto quell’interesse per una ipotetica Confraternita – spesso con dispregio definita setta – e prenderla a pretesto per farne del falso moralismo. Cosa interessava ad un comando militare una confraternita che, a detta dello stesso inquisitore, viveva per un non meglio specificato piacere cosmico, per il piacere universale, appunto?

Convenne che si trattava di pensieri e congetture sterili. La Duchessa sapeva benissimo che il suo stile di vita l’aveva spesso accomunata alle donne di malaffare. Ma che ne sapevano gli altri della sua vita, che ne sapevano del suo stile di vita e quanto era costato in termini di rinunce, di sofferenze, di disperazione e spesso di solitudine. Cosa ne sapeva la gente delle lacrime versate, difficile da far vedere e da confessare a qualcuno che avrebbe voluto vicino ma che in quei momenti non c’era o non esisteva?

Marina Seminova era sincera con se stessa: aveva capito che tante verità sarebbero venute a galla, e altrettante decisioni definitive sarebbero state prese.

In quello scantinato-prigione cominciava a farsi largo l’idea che le assenze non rappresentavano il vuoto. Un’assenza non è la vittoria della morte ma un pieno di qualcosa, seppure invisibile perché spirituale. Questa convinzione l’aveva nel cuore e la rendeva forte. Come quella di allontanare definitivamente i fantasmi del passato ai quali aveva eretto monumenti che l’avevano relegata ad una vita cruda e fredda.

Il suo stare con se stessa veniva disturbato da sporadici colpi sordi che non riusciva a identificare ma che le ricordavano dell’esistenza di un mondo esterno. La sua vita era stata un caleidoscopio di colori ad ognuno dei quali abbinare valori positivi o negativi a seconda del caso: il potere, il tradimento, il dimenticare o l’annullare i sentimenti fino al dolore liberatorio che conosceva assai bene, alle scelte non volute e spesso dolorose per coltivare la vendetta per le delusioni e distruggere così ogni speranza, ciò che desiderava ma che veniva considerato debolezza, trattenendo o annullando ciò che aveva nel cuore. Come era accaduto col povero Fedor Michaijlovic che in questo momento, non si sa se avvertito e da chi, era uccel di bosco e che sicuramente si stava attivando per liberarla dalle grinfie di quello strano persecutore.

In quel rettangolo chiuso, identificabile da un piccolo fascio di luce proveniente dall’alto e visibile spesso nelle immagini dei santi, Marina adesso riusciva a ricordare e a desiderare nostalgici tempi romantici, il tempo degli innamoramenti, non contaminati dalla politica o da qualsiasi altro interesse volgare ma concreto. Per questo l’ingenuità giovanile di un tempo non era bastata ad affrontare la vita pur avendo avuto la fortuna di frequentare i buoni salotti di San Pietroburgo. A questi ricordi provò una tristezza infinita.

Si accorse che era diventato il posto di un appuntamento importante con se stessa. Era stato il destino a stabilirlo? “Forse i pensieri servono quando si è troppo soli”, sentenziò per trovare coraggio consolatorio.

Quando si sta bene non si pensa alle malattie. Basta, dannazione! E’ tempo di tirare i remi in barca, cambiare vita. Ho voglia di rinascere, di ripartire dal bisogno d’amore che ci rende sicuramente migliori. Mettere al riparo la felicità ritrovando quella tranquillità che la regala” confermò a se stessa. E, ad alta voce, come ogni tanto le sfuggiva: “Sì, se ne avrò la possibilità, se uscirò da questa confusione, voglio dare e ricevere amore. Affrontare la vita insieme ad un compagno che ne conosca il valore e che la sappia apprezzare per la sua brevità.”

Così dicendo era consapevole di aver raschiato nel fondo dell’animo.

Seguendo i suoi pensieri Marina Seminova si era allontanata dal luogo e non aveva fatto caso allo spioncino che spesso era stato aperto. Allora capì che era stata osservata tutto il tempo. Aveva visto la faccia del suo guardiano e si mise ad attardarsi con una calza avendo l’accortezza di avvolgere la gonna mentre cercava di nascondere l’irrefrenabile sorriso malizioso.

Si sentì un rumore di chiavistello. Stava accadendo ciò che la donna aveva auspicato. Si intravedeva uno spiraglio salvifico verso la via della redenzione, verso una nuova vita.

In un’altra stanza dell’interrato anche Beria combatteva dialogando con la propria coscienza. Più che un dialogo erano interrogazioni alle quali le restava difficile dare delle risposte soddisfacenti. Poteva essere bugiarda con gli altri – e le riusciva anche bene – ma non con se stessa. Tante, troppe volte aveva mentito e tradito con disinvoltura ma questa volta, da qualche parte, si erano sollevati scrupoli e rimorsi. Poche parole erano bastate a consegnare i suoi amici a quel generale difficile e pericoloso. Il suo intuito aveva sentito intorno al gruppo odore di terra bruciata che ne aveva accentuato ed esaltato i suoi sbalzi d’umore, scatti di collera spesso esagerati e immotivati. Le accadeva sempre così: quando affiorava il timore del pericolo o una sensazione di abbandono, in lei si poteva notare uno strano alternarsi di atteggiamenti talvolta introversi, talvolta estroversi. Così come aveva usato il sesso per manipolare o, spesso, per sopperire al bisogno di affetto: quell’affetto che raramente era stata in grado di ricambiare.

Sa di essere da sempre sotto ricatto per le sue inclinazioni, le sue passioni ambigue ma il generale non conosce le attività che si nascondono dietro la confraternita creata per operare indisturbati. In certi ambienti si vociferava che oltre al traffico di armi, Beria e i suoi amici siano dediti al traffico con la Turchia di oppio e suoi derivati. Spesso hanno potuto farla franca proprio perché i loro accusatori facevano uso di quelle stesse droghe, erano loro clienti.

Anche lei era arrivata ad affermare che la corda era stata tirata troppo ed era convinta che fosse necessario cambiare rotta alla propria vita, una vita che meritava il riscatto.

Chissà se con Lord Cardigan…

La messinscena dell’incidente in mare non lasciava pensare a niente di buono, piuttosto a qualcosa fuori dalla legalità. Come dire: risolvere il problema in segreto senza lasciare tracce. Questo pensava William Russel mentre continuava a rigirare tra le dita quel pezzo di carta col testo che, secondo Halifax, avrebbe dovuto inviare a Londra mentre l‘altra mano stringe un bicchiere. Sembrava che a Russel il cervello funzionasse meglio con qualche bottiglia in giro. “Perché inventare un naufragio?” ripeteva senza trovare una plausibile giustificazione, una motivazione appropriata. “Perché? Che fine avrebbero dovuto fare gli accusati?” Di fronte alle attività illegali che solo alcuni conoscevano, quel lord aveva invece intrapreso una crociata per difendere una morale legata agli usi e costumi delle persone, soprattutto quelli praticati tra le quattro mura. Quel lord aveva un piano recondito, altrimenti non si spiegava il suo arrivo per colpire in maniera così decisa, con una convinzione non supportata da sufficienti prove ma solo da spiate fatte di mezze verità. Quale obiettivo stava perseguendo usando metodi che dire forti era un eufemismo? Approfittando del suo aspetto, tendeva a incutere timore, a manipolare cose e persone. Un aspetto accompagnato da un temperamento sanguigno e collerico. C’era qualcosa di strano nel condurre l’inchiesta. E se Lord Halifax era stato mandato in avanscoperta come braccio operativo di una sentenza decisa altrove?

Per il momento Russel decise di prendere tempo, di non spedire nulla a Londra ma pensare al da farsi per uscir fuori da quella trappola. “Ecco, questa è la parola giusta. Tutto questo è stato deciso altrove, ma da chi? Certamente di una trappola si tratta, di un piano preparato da tempo” andava rimuginando, e concluse “E se fosse il risultato di un tradimento?

Ah, se avesse saputo quanto era vicino alla verità.

Nel cercare il bandolo della matassa, giacché era stato tirato in ballo, il pensiero andò a Fedor Michaijlovic e James Cardigan. Era necessario incontrarli: l’unione avrebbe fatto la forza.

a @ ottobre 1, 2008

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