navigli-di-milano-0001Alessandro: ci sono diverse cose segnate durante la revisione del racconto che potrebbero essere di interesse comune (o far sorgere contraddizioni con altri racconti). Le metto qui, insieme ad alcuni elementi che non hanno trovato spazio nel racconto.

Navigli/Canali. Il mio racconto si svolge principalmente nella zona dei Navigli, che ho immaginato come un grande quartiere popolare e degradato in cui vivono i lavoratori della zona. Sui moli vengono caricate e scaricate le chiatte, ci sono magazzini per le merci e. probabilmente, anche se la cosa non è descritta, diverse connessioni con la rete ferroviaria.

I tetti. Come corollario dello sviluppo di Vittoria, interi quartieri sono stati costruiti affastellando i palazzi uno di fianco all’altro, lasciando appena lo spazio per stretti vicoli tra un edificio e l’altro. Il quartiere dei Navigli è uno di questi. E avere accesso ai tetti permette di spostarsi. Cito dal racconto:

le case erano così attaccate le une alle altre che fra i tetti esistevano delle vere e proprie strade che permettevano di spostarsi fino a un paio di chilometri senza scendere mai. Qualcosa di più se si accettava il rischio di qualche salto. Ci voleva abilità per correre su quella terracotta resa viscida dall’impasto putrido che la pioggia ci versava sopra: un misto di fuliggine, carbone, polvere di ferro.Alberto si era abituato negli ultimi due anni, quando aveva scoperto che quella dei tetti era una comunità forte e attiva. Fatti salvi i velivoli che ogni tanto sorvolavano i quartieri più miseri, nessuno controllava i tetti. E chi aveva accesso a una finestra sui tetti diventava cittadino di un’altra Vittoria. Poteva uscire a passeggiare e andare a trovare qualche vicino o ricevere visite altrui. Esisteva un complesso sistema di segnali che combinava tende, candele e vasi di fiori sui davanzali per indicare se il padrone di casa intendeva ricevere visite in quel momento.

Augusto e Ottaviano Reyner. Ottaviano, il padre di Cristina, non è mai chiamato per nome nel racconto. Lui e Augusto sono figli di un industriale di origine tedesca, ramo meccanica. Augusto è il piccolo genio di famiglia, Ottaviano, più giovane di un paio d’anni, un uomo più d’azione. Infatti il primo progetta dei prototipi di muli meccanici per il trasporto in battaglia di armi da fuoco automatiche (prendendo spunto da questo post di Baionette Librarie, in una scena scartata avevo inserito la mitragliatrice a vapore), il secondo intraprende la carriera militare e combatte durante la guerra al brigantaggio. In quell’occasione, il vecchio Reyner convince lo stato maggiore a testare sul campo i prototipi delle Officine Meccaniche. I risultati sono buoni e i Reyner iniziano a ricevere commesse piuttosto importanti, soprattutto per l’esercito. Con l’abbandono del vecchio Reyner, le redini delle industrie di famiglia passano a Ottaviano, che ha nel frattempo abbandonato l’esercito. Le Officine Reyner sono un gruppo industriale che si occupa di varie cose, dalla meccanica alla produzione di energia.

Gli elettrometalli Reyner. Augusto Reyner è ispirato vagamente al conte Cesare Mattei, bizzarra figura di scienziato bolognese vissuto nel XIX secolo, inventore dell’elettromeopatia, una branca dell’omeopatia (l’elettricità del nome sarebbe quella naturale dei vegetali). Mattei fece costruire la Rocchetta Mattei, un edificio di sapore assolutamente eclettico e dalle decorazioni simboliche, nell’entroterra bolognese. Palazzo Reyner ricalca in parte quell’idea (mescolandola con il grattacielo di Ghostbusters). Gli “Elettrometalli Reyner” sono una delle prime iniziative del gruppo Reyner dopo la morte di Ottaviano, indice del nuovo interesse di Augusto per la medicina e il corpo umano. In realtà, come viene detto da uno dei personaggi, sono un rimedio da truffatore del Far West, poco più che una versione elettrica del sale di Wanna Marchi. In pratica si tratta di poco più che una vaschetta di vetro al cui interno, in un piccolo cilindro, è collocato un fusibile. Vi si versa dentro dell’acqua e una blanda soluzione di macro e oligoelementi (prodotta dalla Reyner), poi si fa passare corrente nella macchina. La corrente che passa nel fusibile dovrebbe, in teoria, “attivare” i minerali e stimolarne le proprietà benefiche. In realtà, come detto, non serve a nulla. Attraverso un po’ di techno babble, invece, la versione potenziata serve a permettere al cervello di decifrare (in molto molto sommario) le informazioni contenute nel Dampf.

Idraulici. Nel racconto ho messo in scena un personaggio, Giorgio, che ha un ruolo piuttosto secondario all’interno della  Libera Società idraulica. Si occupa principalmente di piccole beffe, come per esempio distribuire attraverso la pneumoposta pubblicità di inesistenti gadget sessuali a membri dell’alta società o del clero. Il suo gruppo è comunque noto alle forze dell’ordine ma tendenzialmente ignorato per la sua innocuità.

Piombatori. Una cosa che avrei voluto sviluppare in una precedente versione del racconto erano i Piombatori, una squadra speciale della polizia specializzata nell’operare nel sottosuolo di Vittoria per prevenire e reprimere i crimini legati alle reti di comunicazione (Dampf e Pneumoposta). Il modello sarebbe quello dei Tunnel Rats della guerra del Vietnam, anche considerato che la conoscenza del sottosuolo di Vittoria è tendenzialmente lacunosa e che gli Idraulici sono molto più avvezzi a muoversi là sotto. Ogni squadra comprende anche un tecnico, per riparare eventuali danni, e un cartografo. Più che investigatori, i Piombatori sono comunque combattenti che non prendono prigionieri se non in casi particolari.

Blackout. Augusto Reyner prevede che ci sarà, per motivi squisitamente tecnici, un blackout a Vittoria, perché lo sviluppo della città non è secondo lui proporzionato alla crescita della disponibilità di energia.

Toscana. L’impianto sperimentale di Reyner si trova in Toscana, nella “Valle del Diavolo“. Lì, nel 1905, è stato effettivamente realizzato il primo impianto italiano per l’energia geotermica, quindi ho solo anticipato un po’ (e condito con le teorie sui Leys, che vengono sempre bene) gli eventi.

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Comments

One Response to “Di navigli, tetti, elettrometalli e altre sciocchezze.”

  1. Il Duca Carraronan on ottobre 29th, 2009 2:29 pm

    Se l’ambientazione è effettivamente ispirata all’anno 1900, allora la mitragliatrice di Mr. Perkins è inutile: poco manovrabile, scarsa gittata (questione di proiettili sferici e di decelerazione), ingombrante. La mitragliatrice è già vista come attrezzo che deve muoversi rapidamente nel campo di battaglia (ippotrainata.. o trainata dai cani, come le famosissime foto delle mitragliatrici del Belgio nella Grande Guerra) per sparare di infilata falciando la fanteria di linea a lunghissima distanza. E una gittata utile di 900-1000 metri minima nel mondo della polvere infume (balistite se siamo in una sorta di Italia?) è necessaria. In un racconto di Isaac Babel le mitragliatrici polacche, per tenere bada i cosacchi, arrivano a sparare da ben 3 km di distanza (e non beccano niente, d’altronde a 3 km come tiravano: con la bocca a 30 gradi e una dispersione media di una decina di metri?).

    Carina l’idea del mulo meccanico, ma antieconomica e che richiede molto di più che una “meccanica esagerata” per funzionare (come potrebbe essere una fortezza mobile o un super carro armato di 1500 tonnellate), bensì sensori, elettronica, calcolo ecc…
    Come il, ovvio parallelo, BigDog che è pensato proprio come mulo (ma il vero mulo dell’esercito sarà il suo successore, se avrà successo).

    Nella seconda guerra mondiale c’è stato anche un famoso orso che portava munizioni, ma lì il trucco era che i crucchi non pensavano che un orso potesse avere qualcosa a che fare coi nemici e lo lasciavano stare.

    Comunque il cavallo/animale a vapore è stato spesso usato, quindi è un elemento tipico dello steam. Non ha molto senso, ma c’è. In Leviathan di Westerfeld ci sono cavalleggeri su cavalli meccanici. E in “Zeppelins West” di Lansdale ci sono un paio di riferimenti ai cavalli a vapore usati dagli americani (con Buffalo Bill!) nella lotta contro gli indiani.
    E in “The Iron Dragon’s Daughter” di Michael Swanwick (le cui atmosfere steam spariscono del tutto dopo le prime 50 pagine) il cavallo meccanico è anche vivo e parlante (quello mezzo smontato nell’officina, nella parte liceale del libro).

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